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Dallo spreco alla risorsa, la cucina sostenibile di Mesa Noa


La Cucina Sociale di Mesa Noa nasce a Cagliari come progetto innovativo che mette al centro la sostenibilità ambientale e la lotta allo spreco alimentare. L’iniziativa, promossa dalla food coop autogestita Mesa Noa, si propone di recuperare eccedenze alimentari e trasformarle in piatti sani, valorizzando i prodotti locali e stagionali.
Questo spazio non è solo una cucina, ma un luogo di comunità, inclusione e apprendimento, dove persone di tutte le età possono incontrarsi, collaborare e acquisire maggiore consapevolezza sul cibo e sull’ambiente. È pensato come un punto di riferimento aperto al territorio, capace di coinvolgere cittadini, volontari, produttori e realtà sociali.
Il progetto promuove un modello di economia circolare, in cui il cibo non viene sprecato ma recuperato e restituito alla collettività, contribuendo a ridurre l’impatto ambientale e a sostenere i produttori locali. Grande attenzione è rivolta alla filiera corta, privilegiando ingredienti provenienti da agricoltura sostenibile e realtà del territorio sardo.
La Cucina Sociale si inserisce all’interno dei valori della cooperativa Mesa Noa, che da anni promuove consumo critico, giustizia alimentare e accesso equo al cibo di qualità. L’obiettivo è costruire un sistema alimentare alternativo, più etico e trasparente, basato sulla partecipazione attiva dei soci. Attraverso laboratori, corsi e momenti conviviali, la Cucina Sociale educa a un consumo responsabile, rafforzando il legame tra territorio, alimentazione e sostenibilità. Le attività includono anche percorsi formativi su nutrizione, autoproduzione e riduzione degli sprechi domestici.
Il progetto ha inoltre una forte dimensione sociale: favorisce l’inclusione di persone in situazioni di fragilità e crea occasioni di incontro interculturale, utilizzando il cibo come strumento di relazione e integrazione. In questo modo Mesa Noa dimostra come la collaborazione e la partecipazione attiva possano generare un cambiamento concreto verso uno stile di vita più sostenibile, equo e solidale. La Cucina Sociale rappresenta così un esempio replicabile di innovazione sociale, capace di coniugare tutela ambientale, solidarietà e valorizzazione del territorio.

Rubrica: Dillo a Plaple

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La Cucina Sociale di Mesa Noa nasce a Cagliari come progetto innovativo che mette al centro la sostenibilità ambientale e la lotta allo spreco alimentare. L’iniziativa, promossa dalla food coop autogestita Mesa Noa, si propone di recuperare eccedenze alimentari e trasformarle in piatti sani, valorizzando i prodotti locali e stagionali. Questo spazio non è solo una cucina, ma un luogo di comunità, inclusione e apprendimento, dove persone di tutte le età possono incontrarsi, collaborare e acquisire maggiore consapevolezza sul cibo e sull’ambiente. È pensato come un punto di riferimento aperto al territorio, capace di coinvolgere cittadini, volontari, produttori e realtà sociali. Il progetto promuove un modello di economia circolare, in cui il cibo non viene sprecato ma recuperato e restituito alla collettività, contribuendo a ridurre l’impatto ambientale e a sostenere i produttori locali. Grande attenzione è rivolta alla filiera corta, privilegiando ingredienti provenienti da agricoltura sostenibile e realtà del territorio sardo. La Cucina Sociale si inserisce all’interno dei valori della cooperativa Mesa Noa, che da anni promuove consumo critico, giustizia alimentare e accesso equo al cibo di qualità. L’obiettivo è costruire un sistema alimentare alternativo, più etico e trasparente, basato sulla partecipazione attiva dei soci. Attraverso laboratori, corsi e momenti conviviali, la Cucina Sociale educa a un consumo responsabile, rafforzando il legame tra territorio, alimentazione e sostenibilità. Le attività includono anche percorsi formativi su nutrizione, autoproduzione e riduzione degli sprechi domestici. Il progetto ha inoltre una forte dimensione sociale: favorisce l’inclusione di persone in situazioni di fragilità e crea occasioni di incontro interculturale, utilizzando il cibo come strumento di relazione e integrazione. In questo modo Mesa Noa dimostra come la collaborazione e la partecipazione attiva possano generare un cambiamento concreto verso uno stile di vita più sostenibile, equo e solidale. La Cucina Sociale rappresenta così un esempio replicabile di innovazione sociale, capace di coniugare tutela ambientale, solidarietà e valorizzazione del territorio.

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L’ingegnere “più forte della sclerosi multipla”


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Dal 8 al 14 ottobre ha percorso, insieme a un gruppo di volontari, alcuni tratti del Cammino di Nostra Signora di Bonaria e del Cammino Minerario di Santa Barbara. Matteo si muove grazie a una joëlette, una speciale carrozzina fuoristrada, che gli consente di affrontare sentieri e percorsi naturali. Durante il viaggio sono stati organizzati incontri pubblici e proiezioni del docufilm “Si può fare”, per sensibilizzare sul tema della disabilità e dell’inclusione. Nonostante la malattia lo costringa sulla sedia a rotelle e a comunicare tramite puntatore oculare, Matteo ha dimostrato che la determinazione può superare ogni ostacolo. Il suo messaggio finale, semplice ma potente, riassume il senso dell’impresa: “Non cammino più con le gambe, ma con il cuore e con gli occhi.”

Dal 8 al 14 ottobre ha percorso, insieme a un gruppo di volontari, alcuni tratti del Cammino di Nostra Signora di Bonaria e del Cammino Minerario di Santa Barbara. Matteo si muove grazie a una joëlette, una speciale carrozzina fuoristrada, che gli consente di affrontare sentieri e percorsi naturali. Durante il viaggio sono stati organizzati incontri pubblici e proiezioni del docufilm “Si può fare”, per sensibilizzare sul tema della disabilità e dell’inclusione. Nonostante la malattia lo costringa sulla sedia a rotelle e a comunicare tramite puntatore oculare, Matteo ha dimostrato che la determinazione può superare ogni ostacolo. Il suo messaggio finale, semplice ma potente, riassume il senso dell’impresa: “Non cammino più con le gambe, ma con il cuore e con gli occhi.”

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Pesce, da scarto a bioplastica idrosolubile. L’idea nata da una startup di Sassari


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Relicta è una startup di Sassari che ha sviluppato una bioplastica idrosolubile da scarti di pesce. L'azienda vuole essere parte della soluzione a un grande problema che è l'inquinamento da plastica. Come funziona? Lo spiegano proprio i giovani fondatori della strartup. La soluzione Relicta è un materiale bioplastico idrosolubile ottenuto dagli scarti della lavorazione del pesce e adatto per soluzioni di imballaggio. In particolare, dalla pelle del pesce è possibile ottenere, tramite una miscela specifica, una pellicola di plastica trasparente e inodore. La plastica, per la sua composizione, è compostabile, biodegradabile e idrosolubile. La solubilità in acqua è la caratteristica più importante del nostro prodotto che apre nuove vie di smaltimento per questo materiale.

Relicta è una startup di Sassari che ha sviluppato una bioplastica idrosolubile da scarti di pesce. L'azienda vuole essere parte della soluzione a un grande problema che è l'inquinamento da plastica. Come funziona? Lo spiegano proprio i giovani fondatori della strartup. La soluzione Relicta è un materiale bioplastico idrosolubile ottenuto dagli scarti della lavorazione del pesce e adatto per soluzioni di imballaggio. In particolare, dalla pelle del pesce è possibile ottenere, tramite una miscela specifica, una pellicola di plastica trasparente e inodore. La plastica, per la sua composizione, è compostabile, biodegradabile e idrosolubile. La solubilità in acqua è la caratteristica più importante del nostro prodotto che apre nuove vie di smaltimento per questo materiale.

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Riportami al Mare, la sfida per il ripristino dei litorali


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Aumentare le consapevolezze rispetto alla tutela dei litorali, far comprendere il danno generato dal “particolare” souvenir contraddistinto da sabbia e conchiglie che ogni anno finiscono in valigia dei turisti di passaggio dall’aeroporto di Olbia. Testimonial per il 2024 l'artista Geppi Cucciari Nasce così nel 2019 il progetto “Riportami al Mare”, sviluppato grazie ad un protocollo di intesa tra Geasar S.p.A., il Consorzio di Gestione dell'AreaMarina Protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo, l'Ente Nazionale per l'Aviazione Civile (ENAC), il Corpo Forestale di Vigilanza Ambientale e l'Assessorato della Difesa dell'Ambiente della Regione Autonoma della Sardegna, con l'obiettivo di coordinare gli sforzi per tutelare l'ambiente e ripristinare i litorali. "Riportami al Mare", un progetto che prevede la reimmissione in natura di oltre 6 tonnellate di rocce, sabbia e conchiglie sequestrate ai controlli di sicurezza dell'Aeroporto di Olbia negli ultimi cinque anni grazie al lavoro degli enti di Stato preposti e dal personale di sicurezza aeroportuale. Quest'anno, l'ingente quantitativo di materiale naturale confiscato e reimmesso in natura si aggiunge alle oltre 10 tonnellate di materiale "restituito" durante la prima edizione del progetto nel 2019. Il riposizionamento nelle spiagge è stato effettuato dopo un dettagliato lavoro di classificazione svolto dai biologi dell'Area Marina Protetta di Tavolara.

Aumentare le consapevolezze rispetto alla tutela dei litorali, far comprendere il danno generato dal “particolare” souvenir contraddistinto da sabbia e conchiglie che ogni anno finiscono in valigia dei turisti di passaggio dall’aeroporto di Olbia. Testimonial per il 2024 l'artista Geppi Cucciari Nasce così nel 2019 il progetto “Riportami al Mare”, sviluppato grazie ad un protocollo di intesa tra Geasar S.p.A., il Consorzio di Gestione dell'AreaMarina Protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo, l'Ente Nazionale per l'Aviazione Civile (ENAC), il Corpo Forestale di Vigilanza Ambientale e l'Assessorato della Difesa dell'Ambiente della Regione Autonoma della Sardegna, con l'obiettivo di coordinare gli sforzi per tutelare l'ambiente e ripristinare i litorali. "Riportami al Mare", un progetto che prevede la reimmissione in natura di oltre 6 tonnellate di rocce, sabbia e conchiglie sequestrate ai controlli di sicurezza dell'Aeroporto di Olbia negli ultimi cinque anni grazie al lavoro degli enti di Stato preposti e dal personale di sicurezza aeroportuale. Quest'anno, l'ingente quantitativo di materiale naturale confiscato e reimmesso in natura si aggiunge alle oltre 10 tonnellate di materiale "restituito" durante la prima edizione del progetto nel 2019. Il riposizionamento nelle spiagge è stato effettuato dopo un dettagliato lavoro di classificazione svolto dai biologi dell'Area Marina Protetta di Tavolara.

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Ichnusa e Legambiente Sardegna insieme per ispirare il cambiamento


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“Se deve finire così, non beveteci nemmeno.” Così, Ichnusa, la birra con anima sarda, insieme a Legambiente Sardegna decide di mandare un messaggio forte e diretto per ispirare il cambiamento. Una presa di posizione che invita tutti a riflettere sull’importanza della responsabilità sociale, andando anche contro i loro interessi. Ichnusa e Legambiente Sardegna scendono in campo in prima persona in giornate di pulizia organizzate in tutta l’isola, nei principali luoghi della società: momenti di aggregazione e responsabilità per mostrare quello in cui credono, attraverso un gesto concreto.

“Se deve finire così, non beveteci nemmeno.” Così, Ichnusa, la birra con anima sarda, insieme a Legambiente Sardegna decide di mandare un messaggio forte e diretto per ispirare il cambiamento. Una presa di posizione che invita tutti a riflettere sull’importanza della responsabilità sociale, andando anche contro i loro interessi. Ichnusa e Legambiente Sardegna scendono in campo in prima persona in giornate di pulizia organizzate in tutta l’isola, nei principali luoghi della società: momenti di aggregazione e responsabilità per mostrare quello in cui credono, attraverso un gesto concreto.

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Ozieri, il Presidente della Repubblica premia una scuola


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In provincia di Sassari, a Ozieri, le classi 5AS, 5BS e 5AC del liceo scientifico e classico Antonio Segni, hanno ricevuto dal Presidente della repubblica tre targhe per essersi contraddistinti con gesti collettivi di solidarietà. Nel Dicembre 2022 gli studenti prestarono servizio di volontariato presso la mensa della Caritas di Sassari e alla Croce Ottagona di Ozieri. Tale iniziativa rientra nel progetto lanciato dalla scuola, “Mi metto al servizio”. Le testimonianze di questi studenti ha poi coinvolto altri giovani, che si sono messi in gioco, offrendo la propria disponibilità per svolgere attività di volontariato.

In provincia di Sassari, a Ozieri, le classi 5AS, 5BS e 5AC del liceo scientifico e classico Antonio Segni, hanno ricevuto dal Presidente della repubblica tre targhe per essersi contraddistinti con gesti collettivi di solidarietà. Nel Dicembre 2022 gli studenti prestarono servizio di volontariato presso la mensa della Caritas di Sassari e alla Croce Ottagona di Ozieri. Tale iniziativa rientra nel progetto lanciato dalla scuola, “Mi metto al servizio”. Le testimonianze di questi studenti ha poi coinvolto altri giovani, che si sono messi in gioco, offrendo la propria disponibilità per svolgere attività di volontariato.

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Canopoleno Green, un progetto sostenibile a Sassari


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Si svolge oggi negli spazi del Convitto Nazionale Canopoleno di Sassari l’appuntamento con “Canopoleno Green”. Appuntamento fissato con la responsabilità e la sostenibilità, con la sensibilità ed il rispetto. Protagonista sarà l’ambiente. Protagonisti saranno i giovani studenti e studentesse della scuola primaria e secondaria di primo grado dell’istituto che dal 2018 con la sua equipe educativa porta avanti un progetto di sostenibilità ambientale sviluppato attraverso iniziative annuali che confluiscono poi in una manifestazione finale, “Canopoleno Green” appunto. Lungo il suo percorso l’equipe è supportata da partner come Legambiente ed Eco volontari di Sassari e Assessorato all’Ambiente del Comune di Sassari. Il tema 2024 risponde appieno agli obiettivi della agenda 2030 e nello specifico all’obiettivo 14: “Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”. Il Canopoleno crede fermamente che il parlare ai bambini e alle bambine di sostenibilità, di pesca illegale a salvaguardia delle aree marine protette con strumenti didattici e strategie educative alternative sia chiave utile al prevenire e ridurre in modo significativo ogni forma di inquinamento marino, in particolare modo quello derivante da attività esercitate sulla terraferma.

Si svolge oggi negli spazi del Convitto Nazionale Canopoleno di Sassari l’appuntamento con “Canopoleno Green”. Appuntamento fissato con la responsabilità e la sostenibilità, con la sensibilità ed il rispetto. Protagonista sarà l’ambiente. Protagonisti saranno i giovani studenti e studentesse della scuola primaria e secondaria di primo grado dell’istituto che dal 2018 con la sua equipe educativa porta avanti un progetto di sostenibilità ambientale sviluppato attraverso iniziative annuali che confluiscono poi in una manifestazione finale, “Canopoleno Green” appunto. Lungo il suo percorso l’equipe è supportata da partner come Legambiente ed Eco volontari di Sassari e Assessorato all’Ambiente del Comune di Sassari. Il tema 2024 risponde appieno agli obiettivi della agenda 2030 e nello specifico all’obiettivo 14: “Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”. Il Canopoleno crede fermamente che il parlare ai bambini e alle bambine di sostenibilità, di pesca illegale a salvaguardia delle aree marine protette con strumenti didattici e strategie educative alternative sia chiave utile al prevenire e ridurre in modo significativo ogni forma di inquinamento marino, in particolare modo quello derivante da attività esercitate sulla terraferma.

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Il Ruanda riduce la plastica monouso


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Il Ruanda è diventato un punto di riferimento africano nella lotta all’inquinamento da plastica. Nel 2008 il Paese ha vietato la produzione, l’importazione e l’utilizzo dei sacchetti in polietilene. Nel 2019 il divieto è stato esteso a numerosi prodotti e imballaggi di plastica monouso. Controlli rigorosi e sanzioni hanno contribuito a ridurre fortemente la presenza di rifiuti nelle strade. I risultati sono particolarmente visibili nella capitale Kigali. La città viene frequentemente indicata come una delle realtà urbane più pulite del continente africano. Alla base di questo risultato non ci sono però soltanto le leggi. Un ruolo fondamentale è svolto dall’“Umuganda”, il programma nazionale di lavoro comunitario. L’ultimo sabato di ogni mese i cittadini partecipano alla pulizia e alla cura degli spazi comuni. Le attività comprendono la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e la realizzazione di opere utili alla comunità. A Kigali la raccolta domestica viene inoltre gestita da aziende specializzate e sostenuta economicamente dalle famiglie. Il modello ruandese unisce quindi norme, controlli, organizzazione e partecipazione collettiva. Un sistema che ha trasformato la pulizia degli spazi pubblici in una responsabilità condivisa. Restano ancora difficoltà nella gestione, nel recupero e nel riciclo di tutte le tipologie di rifiuti. L’esperienza di Kigali dimostra però quanto le scelte politiche possano funzionare quando vengono sostenute dall’intera comunità.

Il Ruanda è diventato un punto di riferimento africano nella lotta all’inquinamento da plastica. Nel 2008 il Paese ha vietato la produzione, l’importazione e l’utilizzo dei sacchetti in polietilene. Nel 2019 il divieto è stato esteso a numerosi prodotti e imballaggi di plastica monouso. Controlli rigorosi e sanzioni hanno contribuito a ridurre fortemente la presenza di rifiuti nelle strade. I risultati sono particolarmente visibili nella capitale Kigali. La città viene frequentemente indicata come una delle realtà urbane più pulite del continente africano. Alla base di questo risultato non ci sono però soltanto le leggi. Un ruolo fondamentale è svolto dall’“Umuganda”, il programma nazionale di lavoro comunitario. L’ultimo sabato di ogni mese i cittadini partecipano alla pulizia e alla cura degli spazi comuni. Le attività comprendono la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e la realizzazione di opere utili alla comunità. A Kigali la raccolta domestica viene inoltre gestita da aziende specializzate e sostenuta economicamente dalle famiglie. Il modello ruandese unisce quindi norme, controlli, organizzazione e partecipazione collettiva. Un sistema che ha trasformato la pulizia degli spazi pubblici in una responsabilità condivisa. Restano ancora difficoltà nella gestione, nel recupero e nel riciclo di tutte le tipologie di rifiuti. L’esperienza di Kigali dimostra però quanto le scelte politiche possano funzionare quando vengono sostenute dall’intera comunità.

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Novantasei case per ricominciare


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A Fredericton, in Canada, 96 piccole abitazioni stanno offrendo una nuova possibilità a chi ha vissuto senza una casa. È il progetto “12 Neighbours”, nato su iniziativa dell’imprenditore Marcel LeBrun.
La comunità è stata completata nel 2024 e accoglie oggi più di 90 persone. Ogni abitazione dispone di cucina, bagno, zona giorno e uno spazio esterno privato. L’affitto non supera il 30 per cento del reddito del residente. L’obiettivo non è però fornire soltanto un tetto. Il progetto segue un modello che mette al centro la stabilità, la dignità e l’inclusione nella comunità. Una casa permanente diventa così il primo passo per ricostruire la propria autonomia. Nel quartiere sono presenti anche spazi dedicati alla formazione e alle attività lavorative. Il centro sociale comprende un bar, un negozio e laboratori nei quali i residenti possono trovare nuove opportunità. LeBrun ha avviato il progetto attraverso un’organizzazione senza scopo di lucro. Al finanziamento iniziale della sua fondazione familiare si è aggiunto il sostegno delle istituzioni canadesi. Le 96 abitazioni sono state costruite tra il 2021 e il 2024. Il risultato è una comunità pensata per andare oltre le soluzioni temporanee all’emergenza abitativa.Un esempio di come solidarietà e progettazione possano restituire stabilità e speranza.

A Fredericton, in Canada, 96 piccole abitazioni stanno offrendo una nuova possibilità a chi ha vissuto senza una casa. È il progetto “12 Neighbours”, nato su iniziativa dell’imprenditore Marcel LeBrun.
La comunità è stata completata nel 2024 e accoglie oggi più di 90 persone. Ogni abitazione dispone di cucina, bagno, zona giorno e uno spazio esterno privato. L’affitto non supera il 30 per cento del reddito del residente. L’obiettivo non è però fornire soltanto un tetto. Il progetto segue un modello che mette al centro la stabilità, la dignità e l’inclusione nella comunità. Una casa permanente diventa così il primo passo per ricostruire la propria autonomia. Nel quartiere sono presenti anche spazi dedicati alla formazione e alle attività lavorative. Il centro sociale comprende un bar, un negozio e laboratori nei quali i residenti possono trovare nuove opportunità. LeBrun ha avviato il progetto attraverso un’organizzazione senza scopo di lucro. Al finanziamento iniziale della sua fondazione familiare si è aggiunto il sostegno delle istituzioni canadesi. Le 96 abitazioni sono state costruite tra il 2021 e il 2024. Il risultato è una comunità pensata per andare oltre le soluzioni temporanee all’emergenza abitativa.Un esempio di come solidarietà e progettazione possano restituire stabilità e speranza.

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La Cina pianta una muraglia verde


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Da quasi mezzo secolo la Cina porta avanti uno dei più grandi programmi di forestazione mai realizzati. Secondo i dati ufficiali, tra il 1982 e il 2021 i cittadini cinesi hanno piantato circa 78 miliardi di alberi. Tra il 2012 e il 2022 gli interventi di forestazione hanno interessato complessivamente 64 milioni di ettari. Il progetto più imponente è il “Three-North Shelterbelt”, conosciuto come la Grande Muraglia Verde. Avviato nel 1978, il programma dovrebbe essere completato nel 2050. L’intervento attraversa le regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Entro il 2020 aveva già interessato e protetto circa 31,7 milioni di ettari. L’obiettivo è contrastare la desertificazione, l’erosione del suolo e l’avanzata delle tempeste di sabbia. I risultati della trasformazione sono stati rilevati anche attraverso immagini satellitari e osservazioni sul campo. Uno studio pubblicato su “Nature Communications” mostra che le foreste piantate sono quasi raddoppiate tra il 1990 e il 2020. La loro estensione è passata da circa 465.000 a oltre 903.000 chilometri quadrati. Questa crescita ha contribuito anche ad aumentare la quantità di carbonio assorbita dalla vegetazione. Piantare alberi, tuttavia, non è sufficiente per garantire il successo di ogni intervento. Nelle zone più aride rimangono problemi legati alla scarsità d’acqua, alle monoculture e alla sopravvivenza delle piante. La sfida è trasformare una quantità enorme di alberi in ecosistemi resistenti, diversificati e duraturi.

Da quasi mezzo secolo la Cina porta avanti uno dei più grandi programmi di forestazione mai realizzati. Secondo i dati ufficiali, tra il 1982 e il 2021 i cittadini cinesi hanno piantato circa 78 miliardi di alberi. Tra il 2012 e il 2022 gli interventi di forestazione hanno interessato complessivamente 64 milioni di ettari. Il progetto più imponente è il “Three-North Shelterbelt”, conosciuto come la Grande Muraglia Verde. Avviato nel 1978, il programma dovrebbe essere completato nel 2050. L’intervento attraversa le regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Entro il 2020 aveva già interessato e protetto circa 31,7 milioni di ettari. L’obiettivo è contrastare la desertificazione, l’erosione del suolo e l’avanzata delle tempeste di sabbia. I risultati della trasformazione sono stati rilevati anche attraverso immagini satellitari e osservazioni sul campo. Uno studio pubblicato su “Nature Communications” mostra che le foreste piantate sono quasi raddoppiate tra il 1990 e il 2020. La loro estensione è passata da circa 465.000 a oltre 903.000 chilometri quadrati. Questa crescita ha contribuito anche ad aumentare la quantità di carbonio assorbita dalla vegetazione. Piantare alberi, tuttavia, non è sufficiente per garantire il successo di ogni intervento. Nelle zone più aride rimangono problemi legati alla scarsità d’acqua, alle monoculture e alla sopravvivenza delle piante. La sfida è trasformare una quantità enorme di alberi in ecosistemi resistenti, diversificati e duraturi.

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Un impegno globale per la fauna migratoria


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Proteggere gli animali migratori significa superare i confini tracciati dall’uomo. È il principio alla base delle nuove decisioni adottate durante la COP15 in Brasile.
I 132 Paesi e l’Unione europea che aderiscono alla Convenzione ONU sulle specie migratorie hanno rafforzato il proprio impegno comune. Le nuove misure riguardano 40 specie e popolazioni animali terrestri, acquatiche e aviarie. Tra quelle maggiormente tutelate figurano il gufo delle nevi, la lontra gigante e la iena striata. Nuove protezioni interessano anche squali martello, uccelli marini e numerose specie costiere. Sono stati inoltre approvati specifici interventi per alcuni cetacei e per le loro rotte migratorie. La Convenzione tutela infatti un patrimonio che comprende balene, tartarughe marine, uccelli e molti altri animali. Nata nel 1979, rappresenta uno dei principali strumenti internazionali per la conservazione della fauna selvatica. Oggi sono più di 1.200 le specie comprese nei suoi programmi di protezione. Molti animali attraversano ogni anno oceani, foreste e continenti per nutrirsi o riprodursi.
La loro sopravvivenza non può quindi dipendere dalle azioni di un solo Stato. Le decisioni adottate puntano a coordinare la protezione degli habitat, la ricerca e il controllo delle minacce. Un impegno che dovrà adesso trasformarsi in interventi concreti lungo le rotte migratorie. Perché la natura non conosce frontiere e la sua tutela è una responsabilità condivisa.

Proteggere gli animali migratori significa superare i confini tracciati dall’uomo. È il principio alla base delle nuove decisioni adottate durante la COP15 in Brasile.
I 132 Paesi e l’Unione europea che aderiscono alla Convenzione ONU sulle specie migratorie hanno rafforzato il proprio impegno comune. Le nuove misure riguardano 40 specie e popolazioni animali terrestri, acquatiche e aviarie. Tra quelle maggiormente tutelate figurano il gufo delle nevi, la lontra gigante e la iena striata. Nuove protezioni interessano anche squali martello, uccelli marini e numerose specie costiere. Sono stati inoltre approvati specifici interventi per alcuni cetacei e per le loro rotte migratorie. La Convenzione tutela infatti un patrimonio che comprende balene, tartarughe marine, uccelli e molti altri animali. Nata nel 1979, rappresenta uno dei principali strumenti internazionali per la conservazione della fauna selvatica. Oggi sono più di 1.200 le specie comprese nei suoi programmi di protezione. Molti animali attraversano ogni anno oceani, foreste e continenti per nutrirsi o riprodursi.
La loro sopravvivenza non può quindi dipendere dalle azioni di un solo Stato. Le decisioni adottate puntano a coordinare la protezione degli habitat, la ricerca e il controllo delle minacce. Un impegno che dovrà adesso trasformarsi in interventi concreti lungo le rotte migratorie. Perché la natura non conosce frontiere e la sua tutela è una responsabilità condivisa.

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Un tatuaggio capace di superare le barriere


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Una tastiera QWERTY tatuata sull’avambraccio per offrire al figlio uno strumento di comunicazione sempre disponibile. È la scelta di Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, un bambino autistico non parlante di 11 anni. Hunter utilizza normalmente un dispositivo di Comunicazione aumentativa e alternativa, attraverso il quale può selezionare parole e simboli. L’idea del tatuaggio è nata durante un pasto al ristorante, quando la batteria del dispositivo si è scaricata improvvisamente. Il bambino ha allora disegnato una tastiera su un tovagliolo e ha indicato le lettere necessarie per comunicare ciò che desiderava ordinare. Da quell’episodio Jessica ha compreso l’importanza di creare uno strumento alternativo e indipendente dalla tecnologia. Sul suo braccio ha fatto riprodurre lettere, simboli per esprimere le emozioni e pulsanti dedicati al “sì”, al “no” e a “ti voglio bene”. Secondo il racconto della madre, la prima parola indicata da Hunter sul tatuaggio è stata “mamma”. La soluzione permette inoltre ai due di comunicare in modo riservato, senza che il dispositivo elettronico pronunci i messaggi ad alta voce. L’idea ha ispirato anche la realizzazione di magliette con tastiere stampate sulle maniche, pensate per permettere ad altre persone di interagire con Hunter. Un gesto che mostra come l’inclusione possa cominciare dalla volontà di rimuovere ogni barriera alla comunicazione.

Una tastiera QWERTY tatuata sull’avambraccio per offrire al figlio uno strumento di comunicazione sempre disponibile. È la scelta di Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, un bambino autistico non parlante di 11 anni. Hunter utilizza normalmente un dispositivo di Comunicazione aumentativa e alternativa, attraverso il quale può selezionare parole e simboli. L’idea del tatuaggio è nata durante un pasto al ristorante, quando la batteria del dispositivo si è scaricata improvvisamente. Il bambino ha allora disegnato una tastiera su un tovagliolo e ha indicato le lettere necessarie per comunicare ciò che desiderava ordinare. Da quell’episodio Jessica ha compreso l’importanza di creare uno strumento alternativo e indipendente dalla tecnologia. Sul suo braccio ha fatto riprodurre lettere, simboli per esprimere le emozioni e pulsanti dedicati al “sì”, al “no” e a “ti voglio bene”. Secondo il racconto della madre, la prima parola indicata da Hunter sul tatuaggio è stata “mamma”. La soluzione permette inoltre ai due di comunicare in modo riservato, senza che il dispositivo elettronico pronunci i messaggi ad alta voce. L’idea ha ispirato anche la realizzazione di magliette con tastiere stampate sulle maniche, pensate per permettere ad altre persone di interagire con Hunter. Un gesto che mostra come l’inclusione possa cominciare dalla volontà di rimuovere ogni barriera alla comunicazione.

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