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Dillo a Plaple

Un emporio per dare una mano alle famiglie


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Alimenti, vestiti, prodotti per la casa e passeggini: a Quartu Sant’Elena, in Sardegna, la solidarietà prende forma sugli scaffali di un nuovo emporio. Lo spazio distribuisce gratuitamente beni alle persone in difficoltà, offrendo un sostegno concreto alle necessità quotidiane. L’Emporio Solidale si trova in locali messi a disposizione dalla Comunità Missionaria di Villaregia, per una superficie complessiva di 750 metri quadrati. La dotazione comprende generi alimentari, detersivi, abbigliamento, giocattoli e articoli orto-sanitari. Tra i beni disponibili ci sono anche abiti da sposa, un dettaglio che racconta la varietà dei bisogni ai quali l’iniziativa cerca di rispondere. Il progetto nasce dalla collaborazione tra istituzioni e volontariato. Domu Mia è l’associazione capofila di una rete che comprende Conferenze Vincenziane di Quartu, Caritas, Anteas, Anmic, Lato B e Consorzio Alimentis. Il Comune ha contribuito attraverso un protocollo d’intesa con le associazioni del Terzo settore. L’emporio si aggiunge ai servizi territoriali per contrastare la povertà, con l’intenzione di diventare anche un punto di accoglienza e ascolto. Dietro ogni oggetto distribuito c’è una necessità concreta: preparare un pasto, vestire un bambino, affrontare una spesa che pesa sul bilancio familiare. La collaborazione tra le realtà locali permette di raccogliere queste esigenze in un unico spazio, dove l’aiuto materiale si accompagna alla costruzione di relazioni e al sostegno della comunità.

Alimenti, vestiti, prodotti per la casa e passeggini: a Quartu Sant’Elena, in Sardegna, la solidarietà prende forma sugli scaffali di un nuovo emporio. Lo spazio distribuisce gratuitamente beni alle persone in difficoltà, offrendo un sostegno concreto alle necessità quotidiane. L’Emporio Solidale si trova in locali messi a disposizione dalla Comunità Missionaria di Villaregia, per una superficie complessiva di 750 metri quadrati. La dotazione comprende generi alimentari, detersivi, abbigliamento, giocattoli e articoli orto-sanitari. Tra i beni disponibili ci sono anche abiti da sposa, un dettaglio che racconta la varietà dei bisogni ai quali l’iniziativa cerca di rispondere. Il progetto nasce dalla collaborazione tra istituzioni e volontariato. Domu Mia è l’associazione capofila di una rete che comprende Conferenze Vincenziane di Quartu, Caritas, Anteas, Anmic, Lato B e Consorzio Alimentis. Il Comune ha contribuito attraverso un protocollo d’intesa con le associazioni del Terzo settore. L’emporio si aggiunge ai servizi territoriali per contrastare la povertà, con l’intenzione di diventare anche un punto di accoglienza e ascolto. Dietro ogni oggetto distribuito c’è una necessità concreta: preparare un pasto, vestire un bambino, affrontare una spesa che pesa sul bilancio familiare. La collaborazione tra le realtà locali permette di raccogliere queste esigenze in un unico spazio, dove l’aiuto materiale si accompagna alla costruzione di relazioni e al sostegno della comunità.

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A Copenaghen prendersi cura dell’ambiente premia


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Raccogliere i rifiuti dal porto, spostarsi in bicicletta o raggiungere la città in treno: a Copenaghen le scelte più attente all’ambiente possono trasformarsi in esperienze. È il principio di CopenPay, il programma promosso dall’ente turistico Wonderful Copenhagen per coinvolgere i visitatori nella cura della capitale danese. L’iniziativa collega comportamenti responsabili a ricompense offerte dagli operatori aderenti. A seconda dell’attività scelta, si possono ottenere un caffè, una visita guidata, un ingresso gratuito o scontato oppure agevolazioni sul noleggio di biciclette. Il turista viene così invitato a partecipare alla vita della città attraverso gesti utili agli spazi che attraversa. Nato nel 2024, dopo due edizioni estive CopenPay è diventato attivo tutto l’anno dal 22 giugno 2026. Al lancio della nuova versione partecipavano oltre 90 operatori. Tra le proposte figurano anche laboratori per trasformare vecchi vestiti e attività dedicate alla conoscenza dell’energia eolica. Azioni e premi variano nel corso delle stagioni. Per partecipare si consulta il servizio digitale, si sceglie un’attività e, una volta completata, si mostra la schermata al partner coinvolto per ricevere la ricompensa. L’obiettivo è incoraggiare abitudini più consapevoli: limitare gli spostamenti più impattanti, contribuire alla pulizia degli spazi pubblici e conoscere meglio il territorio. La visita diventa così un’occasione per prendersi cura dell’ambiente, con comportamenti che possono proseguire anche dopo il viaggio.

Raccogliere i rifiuti dal porto, spostarsi in bicicletta o raggiungere la città in treno: a Copenaghen le scelte più attente all’ambiente possono trasformarsi in esperienze. È il principio di CopenPay, il programma promosso dall’ente turistico Wonderful Copenhagen per coinvolgere i visitatori nella cura della capitale danese. L’iniziativa collega comportamenti responsabili a ricompense offerte dagli operatori aderenti. A seconda dell’attività scelta, si possono ottenere un caffè, una visita guidata, un ingresso gratuito o scontato oppure agevolazioni sul noleggio di biciclette. Il turista viene così invitato a partecipare alla vita della città attraverso gesti utili agli spazi che attraversa. Nato nel 2024, dopo due edizioni estive CopenPay è diventato attivo tutto l’anno dal 22 giugno 2026. Al lancio della nuova versione partecipavano oltre 90 operatori. Tra le proposte figurano anche laboratori per trasformare vecchi vestiti e attività dedicate alla conoscenza dell’energia eolica. Azioni e premi variano nel corso delle stagioni. Per partecipare si consulta il servizio digitale, si sceglie un’attività e, una volta completata, si mostra la schermata al partner coinvolto per ricevere la ricompensa. L’obiettivo è incoraggiare abitudini più consapevoli: limitare gli spostamenti più impattanti, contribuire alla pulizia degli spazi pubblici e conoscere meglio il territorio. La visita diventa così un’occasione per prendersi cura dell’ambiente, con comportamenti che possono proseguire anche dopo il viaggio.

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All’Aquila l’inclusione costruisce nuove opportunità


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Riconoscere le capacità di una persona e creare le condizioni perché possa svilupparle: è l’obiettivo dell’Officina per l’Inclusione – L’Aquila Social HUB. Promosso da Autismo Abruzzo APS, con il sostegno di Enel Cuore e il contributo del Rotary Club L’Aquila, il progetto dedica nuovi spazi all’orientamento, all’autonomia e all’inclusione lavorativa. Il percorso punta a mettere in relazione le aspirazioni dei partecipanti con occasioni di formazione e collaborazione con il territorio. Sono previsti servizi informativi, laboratori e accompagnamento al lavoro, con il coinvolgimento di istituzioni e imprese. Tra le attività da avviare progressivamente figurano comunicazione, creatività artistica, fotografia e produzione video, da adattare alle inclinazioni dei partecipanti. Laboratori e percorsi personalizzati di orientamento possono diventare strumenti per conoscere le proprie competenze e individuare possibilità professionali. L’apertura dell’Officina rappresenta l’avvio di un progetto che dovrà ora svilupparsi attraverso le attività. Il suo valore sta nella costruzione di un ponte tra persone, formazione e imprese: un impegno condiviso per rendere l’autonomia e la partecipazione al lavoro opportunità più accessibili.

Riconoscere le capacità di una persona e creare le condizioni perché possa svilupparle: è l’obiettivo dell’Officina per l’Inclusione – L’Aquila Social HUB. Promosso da Autismo Abruzzo APS, con il sostegno di Enel Cuore e il contributo del Rotary Club L’Aquila, il progetto dedica nuovi spazi all’orientamento, all’autonomia e all’inclusione lavorativa. Il percorso punta a mettere in relazione le aspirazioni dei partecipanti con occasioni di formazione e collaborazione con il territorio. Sono previsti servizi informativi, laboratori e accompagnamento al lavoro, con il coinvolgimento di istituzioni e imprese. Tra le attività da avviare progressivamente figurano comunicazione, creatività artistica, fotografia e produzione video, da adattare alle inclinazioni dei partecipanti. Laboratori e percorsi personalizzati di orientamento possono diventare strumenti per conoscere le proprie competenze e individuare possibilità professionali. L’apertura dell’Officina rappresenta l’avvio di un progetto che dovrà ora svilupparsi attraverso le attività. Il suo valore sta nella costruzione di un ponte tra persone, formazione e imprese: un impegno condiviso per rendere l’autonomia e la partecipazione al lavoro opportunità più accessibili.

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Una giovane idea per proteggere l’acqua


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Le microplastiche sono particelle di plastica molto piccole, difficili da individuare e da rimuovere dall’acqua. Sheyna Patel ha deciso di dedicare a questo problema il proprio progetto scientifico. A 14 anni, la studentessa della Florida ha sviluppato un idrogel non tossico progettato per catturare e degradare microplastiche PET, il materiale usato anche nella produzione di molte bottiglie. Sheyna ha presentato il lavoro al 3M Young Scientist Challenge del 2025 ed è stata selezionata tra i finalisti. Secondo la scheda pubblicata dagli organizzatori, il suo idrogel ha ottenuto un’efficienza superiore al 93% nelle prove effettuate. Il dato riguarda quindi i risultati del progetto sperimentale sulle microplastiche considerate, non la rimozione di qualsiasi tipo di plastica da ogni fonte d’acqua. L’idea affronta una difficoltà concreta: intercettare particelle che possono finire negli ambienti acquatici e risultano complesse da trattare. La ricerca di Sheyna prova a combinare in un unico materiale la loro cattura e degradazione. Per capire come il gel potrebbe funzionare fuori dalle prove del concorso saranno necessari ulteriori sviluppi e verifiche. Il progetto mostra intanto il contributo che i giovani possono dare alla ricerca ambientale. Sheyna è partita da un problema globale e ha costruito una possibile risposta da sottoporre a test. La sua invenzione non è ancora una soluzione pronta all’uso, ma apre una strada da esplorare per la tutela dell’acqua e degli ecosistemi.

Le microplastiche sono particelle di plastica molto piccole, difficili da individuare e da rimuovere dall’acqua. Sheyna Patel ha deciso di dedicare a questo problema il proprio progetto scientifico. A 14 anni, la studentessa della Florida ha sviluppato un idrogel non tossico progettato per catturare e degradare microplastiche PET, il materiale usato anche nella produzione di molte bottiglie. Sheyna ha presentato il lavoro al 3M Young Scientist Challenge del 2025 ed è stata selezionata tra i finalisti. Secondo la scheda pubblicata dagli organizzatori, il suo idrogel ha ottenuto un’efficienza superiore al 93% nelle prove effettuate. Il dato riguarda quindi i risultati del progetto sperimentale sulle microplastiche considerate, non la rimozione di qualsiasi tipo di plastica da ogni fonte d’acqua. L’idea affronta una difficoltà concreta: intercettare particelle che possono finire negli ambienti acquatici e risultano complesse da trattare. La ricerca di Sheyna prova a combinare in un unico materiale la loro cattura e degradazione. Per capire come il gel potrebbe funzionare fuori dalle prove del concorso saranno necessari ulteriori sviluppi e verifiche. Il progetto mostra intanto il contributo che i giovani possono dare alla ricerca ambientale. Sheyna è partita da un problema globale e ha costruito una possibile risposta da sottoporre a test. La sua invenzione non è ancora una soluzione pronta all’uso, ma apre una strada da esplorare per la tutela dell’acqua e degli ecosistemi.

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Ramabai corre a piedi nudi per il futuro delle sue figlie


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Ramabai Ranvir non aveva mai affrontato una gara di corsa e non si era allenata per farlo. A 47 anni ha però deciso di partecipare a una competizione di tre chilometri ad Ambajogai, nello Stato indiano del Maharashtra. Il premio per la vincitrice poteva aiutarla ad acquistare i libri richiesti dalla figlia più giovane, Aarti, che frequenta l’università. Ramabai è partita indossando un sari e un paio di ciabatte. Durante il percorso le ha tolte e ha continuato a correre a piedi nudi, arrivando prima nella propria categoria. Dietro quella scelta c’erano anni di difficoltà economiche. Rimasta vedova nel 2012, ha cresciuto da sola le due figlie, lavorando prima a giornata e poi come cuoca per sostenerne gli studi. La figlia maggiore, Pooja, si prepara a entrare nella polizia. Anche lei ha partecipato alla corsa ed è arrivata seconda nella propria categoria. I premi vinti da madre e figlia sono stati destinati alle necessità di Aarti. Le cronache riportano importi diversi per la somma ricevuta da Ramabai; resta chiaro lo scopo per cui aveva scelto di correre. La sua vittoria racconta la determinazione di una madre, ma anche la fatica di una famiglia per cui comprare i libri rappresenta una spesa difficile da affrontare. Il traguardo di Ramabai non risolve da solo quelle difficoltà. Ha però dato visibilità al valore che attribuisce all’istruzione delle figlie e agli sforzi compiuti ogni giorno perché possano continuare a studiare.

Ramabai Ranvir non aveva mai affrontato una gara di corsa e non si era allenata per farlo. A 47 anni ha però deciso di partecipare a una competizione di tre chilometri ad Ambajogai, nello Stato indiano del Maharashtra. Il premio per la vincitrice poteva aiutarla ad acquistare i libri richiesti dalla figlia più giovane, Aarti, che frequenta l’università. Ramabai è partita indossando un sari e un paio di ciabatte. Durante il percorso le ha tolte e ha continuato a correre a piedi nudi, arrivando prima nella propria categoria. Dietro quella scelta c’erano anni di difficoltà economiche. Rimasta vedova nel 2012, ha cresciuto da sola le due figlie, lavorando prima a giornata e poi come cuoca per sostenerne gli studi. La figlia maggiore, Pooja, si prepara a entrare nella polizia. Anche lei ha partecipato alla corsa ed è arrivata seconda nella propria categoria. I premi vinti da madre e figlia sono stati destinati alle necessità di Aarti. Le cronache riportano importi diversi per la somma ricevuta da Ramabai; resta chiaro lo scopo per cui aveva scelto di correre. La sua vittoria racconta la determinazione di una madre, ma anche la fatica di una famiglia per cui comprare i libri rappresenta una spesa difficile da affrontare. Il traguardo di Ramabai non risolve da solo quelle difficoltà. Ha però dato visibilità al valore che attribuisce all’istruzione delle figlie e agli sforzi compiuti ogni giorno perché possano continuare a studiare.

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Dove il terreno era arido, oggi crescono alberi


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Quando Wang Zhanfeng arrivò a Shipaogou, nella contea cinese di Youyu, trovò pendii aridi, vento e terreni segnati dall’erosione. Negli anni Ottanta lasciò il lavoro che svolgeva altrove per tornare nella sua terra d’origine e provare a far crescere alberi in quell’area. Diverse persone dubitavano che le piante potessero sopravvivere in un luogo con così poca acqua e un suolo tanto difficile. Wang iniziò dalle specie più resistenti. Scavava buche sui pendii e portava l’acqua necessaria alle giovani piante. Per trattenerla nel terreno realizzò anche piccole cavità a forma di mezzaluna; in seguito costruì un sistema che rese più semplice l’irrigazione. Il lavoro non finiva con la messa a dimora: ogni albero richiedeva anni di attenzioni per attecchire e resistere alle condizioni del luogo. Il suo impegno è proseguito per oltre quarant’anni. Nella zona sono cresciuti alberi e altra vegetazione; Wang ha recuperato anche terreni da coltivare e piantato alberi da frutto. Quella di Shipaogou è la sua storia personale, inserita però in un’opera molto più ampia: nella contea di Youyu generazioni di abitanti hanno lavorato per contrastare la desertificazione. Il risultato della riforestazione appartiene a una comunità che ha piantato e custodito alberi per decenni. La vicenda di Wang ne racconta la perseveranza: anche dove far crescere qualcosa sembrava impossibile, la cura costante ha contribuito a cambiare il paesaggio. Il dato dei 90 mila ettari non va attribuito al solo Wang, perciò non l’ho inserito nella news.

Quando Wang Zhanfeng arrivò a Shipaogou, nella contea cinese di Youyu, trovò pendii aridi, vento e terreni segnati dall’erosione. Negli anni Ottanta lasciò il lavoro che svolgeva altrove per tornare nella sua terra d’origine e provare a far crescere alberi in quell’area. Diverse persone dubitavano che le piante potessero sopravvivere in un luogo con così poca acqua e un suolo tanto difficile. Wang iniziò dalle specie più resistenti. Scavava buche sui pendii e portava l’acqua necessaria alle giovani piante. Per trattenerla nel terreno realizzò anche piccole cavità a forma di mezzaluna; in seguito costruì un sistema che rese più semplice l’irrigazione. Il lavoro non finiva con la messa a dimora: ogni albero richiedeva anni di attenzioni per attecchire e resistere alle condizioni del luogo. Il suo impegno è proseguito per oltre quarant’anni. Nella zona sono cresciuti alberi e altra vegetazione; Wang ha recuperato anche terreni da coltivare e piantato alberi da frutto. Quella di Shipaogou è la sua storia personale, inserita però in un’opera molto più ampia: nella contea di Youyu generazioni di abitanti hanno lavorato per contrastare la desertificazione. Il risultato della riforestazione appartiene a una comunità che ha piantato e custodito alberi per decenni. La vicenda di Wang ne racconta la perseveranza: anche dove far crescere qualcosa sembrava impossibile, la cura costante ha contribuito a cambiare il paesaggio. Il dato dei 90 mila ettari non va attribuito al solo Wang, perciò non l’ho inserito nella news.

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Un’amicizia oltre le macchie sulla pelle


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Nel 2017 Carter Blanchard aveva otto anni e viveva con difficoltà i cambiamenti del proprio viso. Gli era stata diagnosticata la vitiligine, una condizione che provoca la comparsa di zone della pelle prive di pigmento. Le prime macchie chiare erano apparse intorno agli occhi e, mentre cercava di capire ciò che gli stava accadendo, Carter aveva perso fiducia nel proprio aspetto. Un giorno sua madre vide online la foto di Rowdy, un Labrador nero che presentava macchie chiare dovute alla stessa condizione. La mostrò al figlio, che iniziò a seguire la storia del cane attraverso foto e video. Rowdy viveva in Oregon, lontano dalla casa di Carter in Arkansas, ma quella somiglianza divenne subito importante per il bambino. Secondo sua madre, conoscere Rowdy cambiò il modo in cui Carter parlava della propria pelle già prima dell’incontro. Le due famiglie entrarono in contatto e una donazione permise a Carter e alla madre di raggiungere il cane. Quando finalmente si videro, il bambino trascorse del tempo ad abbracciarlo e giocare accanto a lui. È una storia avvenuta anni fa, che racconta quanto possa contare sentirsi rappresentati. Carter non aveva bisogno che la propria pelle cambiasse per stare meglio: vedere una caratteristica simile alla sua in un amico gli aveva offerto un modo nuovo di guardarla. L’incontro con Rowdy diventò così un passo nel suo percorso di accettazione.

Nel 2017 Carter Blanchard aveva otto anni e viveva con difficoltà i cambiamenti del proprio viso. Gli era stata diagnosticata la vitiligine, una condizione che provoca la comparsa di zone della pelle prive di pigmento. Le prime macchie chiare erano apparse intorno agli occhi e, mentre cercava di capire ciò che gli stava accadendo, Carter aveva perso fiducia nel proprio aspetto. Un giorno sua madre vide online la foto di Rowdy, un Labrador nero che presentava macchie chiare dovute alla stessa condizione. La mostrò al figlio, che iniziò a seguire la storia del cane attraverso foto e video. Rowdy viveva in Oregon, lontano dalla casa di Carter in Arkansas, ma quella somiglianza divenne subito importante per il bambino. Secondo sua madre, conoscere Rowdy cambiò il modo in cui Carter parlava della propria pelle già prima dell’incontro. Le due famiglie entrarono in contatto e una donazione permise a Carter e alla madre di raggiungere il cane. Quando finalmente si videro, il bambino trascorse del tempo ad abbracciarlo e giocare accanto a lui. È una storia avvenuta anni fa, che racconta quanto possa contare sentirsi rappresentati. Carter non aveva bisogno che la propria pelle cambiasse per stare meglio: vedere una caratteristica simile alla sua in un amico gli aveva offerto un modo nuovo di guardarla. L’incontro con Rowdy diventò così un passo nel suo percorso di accettazione.

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Un seme contro il degrado urbano


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C’è chi passa accanto a un’aiuola trascurata e vede soltanto uno spazio vuoto. Piantaman, invece, ci vede qualcosa che può tornare a crescere. L’uomo, che ha 49 anni e mantiene segreta la propria identità, semina fiori e ortaggi nell’area di Vigevano, in provincia di Pavia. La sua idea è trasformare piccoli spazi dimenticati in luoghi verdi di cui la comunità possa prendersi cura. Il primo orto è nato su un terreno vicino al cimitero cittadino. Piantaman vi ha coltivato pomodori, cetrioli, zucchine e un melone, lasciando che chiunque potesse raccogliere ciò che sarebbe cresciuto. Chi passa può anche contribuire con un po’ d’acqua o aiutando a tenere pulito il terreno. Nel tempo sono arrivati cittadini pronti a donare semi e piante che non avevano più la possibilità di coltivare. L’iniziativa si è allargata con una postazione in via Rebuffi, dove è possibile lasciare o prendere prodotti e piante. Piantaman incoraggia inoltre a conservare i semi della frutta e degli ortaggi consumati, per seminarli di nuovo. Accanto al cibo trovano spazio fiori, bulbi e altre piante, capaci di riportare colore nelle aree trascurate. Il valore ambientale del progetto sta in questo ciclo di recupero: usare ciò che è disponibile, far crescere nuovo verde e coinvolgere le persone nella sua cura. Il raccolto condiviso aggiunge un gesto di solidarietà a un’idea che parte dalla terra. Piantaman mostra come anche una piccola aiuola possa diventare un luogo utile per tutti.

C’è chi passa accanto a un’aiuola trascurata e vede soltanto uno spazio vuoto. Piantaman, invece, ci vede qualcosa che può tornare a crescere. L’uomo, che ha 49 anni e mantiene segreta la propria identità, semina fiori e ortaggi nell’area di Vigevano, in provincia di Pavia. La sua idea è trasformare piccoli spazi dimenticati in luoghi verdi di cui la comunità possa prendersi cura. Il primo orto è nato su un terreno vicino al cimitero cittadino. Piantaman vi ha coltivato pomodori, cetrioli, zucchine e un melone, lasciando che chiunque potesse raccogliere ciò che sarebbe cresciuto. Chi passa può anche contribuire con un po’ d’acqua o aiutando a tenere pulito il terreno. Nel tempo sono arrivati cittadini pronti a donare semi e piante che non avevano più la possibilità di coltivare. L’iniziativa si è allargata con una postazione in via Rebuffi, dove è possibile lasciare o prendere prodotti e piante. Piantaman incoraggia inoltre a conservare i semi della frutta e degli ortaggi consumati, per seminarli di nuovo. Accanto al cibo trovano spazio fiori, bulbi e altre piante, capaci di riportare colore nelle aree trascurate. Il valore ambientale del progetto sta in questo ciclo di recupero: usare ciò che è disponibile, far crescere nuovo verde e coinvolgere le persone nella sua cura. Il raccolto condiviso aggiunge un gesto di solidarietà a un’idea che parte dalla terra. Piantaman mostra come anche una piccola aiuola possa diventare un luogo utile per tutti.

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Un contratto che vale più di una firma


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Il calcio diventa una squadra anche lontano dal terreno di gioco. Roberta Picchi, attaccante trentaquattrenne del Como 1907 Women, ha ricevuto una diagnosi di tumore al seno in seguito ad alcuni accertamenti medici. Davanti a una prova tanto delicata, la società ha scelto di offrirle sostegno e stabilità, rinnovando il suo contratto fino al termine della stagione 2027-2028. Durante il percorso terapeutico, la calciatrice sarà affiancata dallo staff medico del club, che collaborerà con gli specialisti responsabili delle cure. Picchi era arrivata a Como nella stagione precedente, contribuendo alla conquista della Serie B e alla prima storica promozione della squadra nella massima categoria. Ora dovrà affrontare una sfida diversa, circondata però dall’affetto della società, delle compagne e dei tifosi. La vicinanza del gruppo è stata espressa con un messaggio semplice: «Noi siamo una cosa sola». Anche Roberta ha manifestato determinazione, spiegando che affronterà la propria partita con l’obiettivo di tornare ancora più forte. Il rinnovo diventa così molto più di una decisione sportiva: è la scelta concreta di non lasciare sola una persona nel momento più difficile.

Il calcio diventa una squadra anche lontano dal terreno di gioco. Roberta Picchi, attaccante trentaquattrenne del Como 1907 Women, ha ricevuto una diagnosi di tumore al seno in seguito ad alcuni accertamenti medici. Davanti a una prova tanto delicata, la società ha scelto di offrirle sostegno e stabilità, rinnovando il suo contratto fino al termine della stagione 2027-2028. Durante il percorso terapeutico, la calciatrice sarà affiancata dallo staff medico del club, che collaborerà con gli specialisti responsabili delle cure. Picchi era arrivata a Como nella stagione precedente, contribuendo alla conquista della Serie B e alla prima storica promozione della squadra nella massima categoria. Ora dovrà affrontare una sfida diversa, circondata però dall’affetto della società, delle compagne e dei tifosi. La vicinanza del gruppo è stata espressa con un messaggio semplice: «Noi siamo una cosa sola». Anche Roberta ha manifestato determinazione, spiegando che affronterà la propria partita con l’obiettivo di tornare ancora più forte. Il rinnovo diventa così molto più di una decisione sportiva: è la scelta concreta di non lasciare sola una persona nel momento più difficile.

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Quando l’acqua fa rifiorire una comunità


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A Lopsienikou, nella contea di West Pokot, in Kenya, quindici donne hanno trasformato la lotta contro fame e siccità in un progetto comunitario. Sono le componenti del Sengenge Mother-to-Mother Support Group, nato per migliorare la salute e l’alimentazione delle famiglie del villaggio. Con il sostegno di Action Against Hunger, il gruppo ha contribuito al recupero di un pozzo e all’installazione di una pompa alimentata attraverso l’energia solare. L’acqua viene raccolta in due serbatoi da diecimila litri e utilizzata anche per irrigare un orto comunitario, nel quale crescono cavoli, spinaci e peperoni. I prodotti arricchiscono l’alimentazione delle famiglie, mentre le eccedenze possono essere vendute per generare nuove entrate. Le donne hanno inoltre creato un comitato incaricato di gestire il pozzo e raccogliere piccoli contributi destinati alla sua manutenzione. Al progetto si aggiungono l’allevamento di capre e un sistema comune di risparmio e prestiti. Un percorso che non elimina da solo la fame, ma rende la comunità più autonoma e resistente alla siccità. Qui il sole non produce soltanto energia: alimenta acqua, lavoro e nuove possibilità.

A Lopsienikou, nella contea di West Pokot, in Kenya, quindici donne hanno trasformato la lotta contro fame e siccità in un progetto comunitario. Sono le componenti del Sengenge Mother-to-Mother Support Group, nato per migliorare la salute e l’alimentazione delle famiglie del villaggio. Con il sostegno di Action Against Hunger, il gruppo ha contribuito al recupero di un pozzo e all’installazione di una pompa alimentata attraverso l’energia solare. L’acqua viene raccolta in due serbatoi da diecimila litri e utilizzata anche per irrigare un orto comunitario, nel quale crescono cavoli, spinaci e peperoni. I prodotti arricchiscono l’alimentazione delle famiglie, mentre le eccedenze possono essere vendute per generare nuove entrate. Le donne hanno inoltre creato un comitato incaricato di gestire il pozzo e raccogliere piccoli contributi destinati alla sua manutenzione. Al progetto si aggiungono l’allevamento di capre e un sistema comune di risparmio e prestiti. Un percorso che non elimina da solo la fame, ma rende la comunità più autonoma e resistente alla siccità. Qui il sole non produce soltanto energia: alimenta acqua, lavoro e nuove possibilità.

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Il Ruanda riduce la plastica monouso


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Il Ruanda è diventato un punto di riferimento africano nella lotta all’inquinamento da plastica. Nel 2008 il Paese ha vietato la produzione, l’importazione e l’utilizzo dei sacchetti in polietilene. Nel 2019 il divieto è stato esteso a numerosi prodotti e imballaggi di plastica monouso. Controlli rigorosi e sanzioni hanno contribuito a ridurre fortemente la presenza di rifiuti nelle strade. I risultati sono particolarmente visibili nella capitale Kigali. La città viene frequentemente indicata come una delle realtà urbane più pulite del continente africano. Alla base di questo risultato non ci sono però soltanto le leggi. Un ruolo fondamentale è svolto dall’“Umuganda”, il programma nazionale di lavoro comunitario. L’ultimo sabato di ogni mese i cittadini partecipano alla pulizia e alla cura degli spazi comuni. Le attività comprendono la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e la realizzazione di opere utili alla comunità. A Kigali la raccolta domestica viene inoltre gestita da aziende specializzate e sostenuta economicamente dalle famiglie. Il modello ruandese unisce quindi norme, controlli, organizzazione e partecipazione collettiva. Un sistema che ha trasformato la pulizia degli spazi pubblici in una responsabilità condivisa. Restano ancora difficoltà nella gestione, nel recupero e nel riciclo di tutte le tipologie di rifiuti. L’esperienza di Kigali dimostra però quanto le scelte politiche possano funzionare quando vengono sostenute dall’intera comunità.

Il Ruanda è diventato un punto di riferimento africano nella lotta all’inquinamento da plastica. Nel 2008 il Paese ha vietato la produzione, l’importazione e l’utilizzo dei sacchetti in polietilene. Nel 2019 il divieto è stato esteso a numerosi prodotti e imballaggi di plastica monouso. Controlli rigorosi e sanzioni hanno contribuito a ridurre fortemente la presenza di rifiuti nelle strade. I risultati sono particolarmente visibili nella capitale Kigali. La città viene frequentemente indicata come una delle realtà urbane più pulite del continente africano. Alla base di questo risultato non ci sono però soltanto le leggi. Un ruolo fondamentale è svolto dall’“Umuganda”, il programma nazionale di lavoro comunitario. L’ultimo sabato di ogni mese i cittadini partecipano alla pulizia e alla cura degli spazi comuni. Le attività comprendono la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e la realizzazione di opere utili alla comunità. A Kigali la raccolta domestica viene inoltre gestita da aziende specializzate e sostenuta economicamente dalle famiglie. Il modello ruandese unisce quindi norme, controlli, organizzazione e partecipazione collettiva. Un sistema che ha trasformato la pulizia degli spazi pubblici in una responsabilità condivisa. Restano ancora difficoltà nella gestione, nel recupero e nel riciclo di tutte le tipologie di rifiuti. L’esperienza di Kigali dimostra però quanto le scelte politiche possano funzionare quando vengono sostenute dall’intera comunità.

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Novantasei case per ricominciare


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A Fredericton, in Canada, 96 piccole abitazioni stanno offrendo una nuova possibilità a chi ha vissuto senza una casa. È il progetto “12 Neighbours”, nato su iniziativa dell’imprenditore Marcel LeBrun.
La comunità è stata completata nel 2024 e accoglie oggi più di 90 persone. Ogni abitazione dispone di cucina, bagno, zona giorno e uno spazio esterno privato. L’affitto non supera il 30 per cento del reddito del residente. L’obiettivo non è però fornire soltanto un tetto. Il progetto segue un modello che mette al centro la stabilità, la dignità e l’inclusione nella comunità. Una casa permanente diventa così il primo passo per ricostruire la propria autonomia. Nel quartiere sono presenti anche spazi dedicati alla formazione e alle attività lavorative. Il centro sociale comprende un bar, un negozio e laboratori nei quali i residenti possono trovare nuove opportunità. LeBrun ha avviato il progetto attraverso un’organizzazione senza scopo di lucro. Al finanziamento iniziale della sua fondazione familiare si è aggiunto il sostegno delle istituzioni canadesi. Le 96 abitazioni sono state costruite tra il 2021 e il 2024. Il risultato è una comunità pensata per andare oltre le soluzioni temporanee all’emergenza abitativa.Un esempio di come solidarietà e progettazione possano restituire stabilità e speranza.

A Fredericton, in Canada, 96 piccole abitazioni stanno offrendo una nuova possibilità a chi ha vissuto senza una casa. È il progetto “12 Neighbours”, nato su iniziativa dell’imprenditore Marcel LeBrun.
La comunità è stata completata nel 2024 e accoglie oggi più di 90 persone. Ogni abitazione dispone di cucina, bagno, zona giorno e uno spazio esterno privato. L’affitto non supera il 30 per cento del reddito del residente. L’obiettivo non è però fornire soltanto un tetto. Il progetto segue un modello che mette al centro la stabilità, la dignità e l’inclusione nella comunità. Una casa permanente diventa così il primo passo per ricostruire la propria autonomia. Nel quartiere sono presenti anche spazi dedicati alla formazione e alle attività lavorative. Il centro sociale comprende un bar, un negozio e laboratori nei quali i residenti possono trovare nuove opportunità. LeBrun ha avviato il progetto attraverso un’organizzazione senza scopo di lucro. Al finanziamento iniziale della sua fondazione familiare si è aggiunto il sostegno delle istituzioni canadesi. Le 96 abitazioni sono state costruite tra il 2021 e il 2024. Il risultato è una comunità pensata per andare oltre le soluzioni temporanee all’emergenza abitativa.Un esempio di come solidarietà e progettazione possano restituire stabilità e speranza.

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La Cina pianta una muraglia verde


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Da quasi mezzo secolo la Cina porta avanti uno dei più grandi programmi di forestazione mai realizzati. Secondo i dati ufficiali, tra il 1982 e il 2021 i cittadini cinesi hanno piantato circa 78 miliardi di alberi. Tra il 2012 e il 2022 gli interventi di forestazione hanno interessato complessivamente 64 milioni di ettari. Il progetto più imponente è il “Three-North Shelterbelt”, conosciuto come la Grande Muraglia Verde. Avviato nel 1978, il programma dovrebbe essere completato nel 2050. L’intervento attraversa le regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Entro il 2020 aveva già interessato e protetto circa 31,7 milioni di ettari. L’obiettivo è contrastare la desertificazione, l’erosione del suolo e l’avanzata delle tempeste di sabbia. I risultati della trasformazione sono stati rilevati anche attraverso immagini satellitari e osservazioni sul campo. Uno studio pubblicato su “Nature Communications” mostra che le foreste piantate sono quasi raddoppiate tra il 1990 e il 2020. La loro estensione è passata da circa 465.000 a oltre 903.000 chilometri quadrati. Questa crescita ha contribuito anche ad aumentare la quantità di carbonio assorbita dalla vegetazione. Piantare alberi, tuttavia, non è sufficiente per garantire il successo di ogni intervento. Nelle zone più aride rimangono problemi legati alla scarsità d’acqua, alle monoculture e alla sopravvivenza delle piante. La sfida è trasformare una quantità enorme di alberi in ecosistemi resistenti, diversificati e duraturi.

Da quasi mezzo secolo la Cina porta avanti uno dei più grandi programmi di forestazione mai realizzati. Secondo i dati ufficiali, tra il 1982 e il 2021 i cittadini cinesi hanno piantato circa 78 miliardi di alberi. Tra il 2012 e il 2022 gli interventi di forestazione hanno interessato complessivamente 64 milioni di ettari. Il progetto più imponente è il “Three-North Shelterbelt”, conosciuto come la Grande Muraglia Verde. Avviato nel 1978, il programma dovrebbe essere completato nel 2050. L’intervento attraversa le regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Entro il 2020 aveva già interessato e protetto circa 31,7 milioni di ettari. L’obiettivo è contrastare la desertificazione, l’erosione del suolo e l’avanzata delle tempeste di sabbia. I risultati della trasformazione sono stati rilevati anche attraverso immagini satellitari e osservazioni sul campo. Uno studio pubblicato su “Nature Communications” mostra che le foreste piantate sono quasi raddoppiate tra il 1990 e il 2020. La loro estensione è passata da circa 465.000 a oltre 903.000 chilometri quadrati. Questa crescita ha contribuito anche ad aumentare la quantità di carbonio assorbita dalla vegetazione. Piantare alberi, tuttavia, non è sufficiente per garantire il successo di ogni intervento. Nelle zone più aride rimangono problemi legati alla scarsità d’acqua, alle monoculture e alla sopravvivenza delle piante. La sfida è trasformare una quantità enorme di alberi in ecosistemi resistenti, diversificati e duraturi.

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Un impegno globale per la fauna migratoria


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Proteggere gli animali migratori significa superare i confini tracciati dall’uomo. È il principio alla base delle nuove decisioni adottate durante la COP15 in Brasile.
I 132 Paesi e l’Unione europea che aderiscono alla Convenzione ONU sulle specie migratorie hanno rafforzato il proprio impegno comune. Le nuove misure riguardano 40 specie e popolazioni animali terrestri, acquatiche e aviarie. Tra quelle maggiormente tutelate figurano il gufo delle nevi, la lontra gigante e la iena striata. Nuove protezioni interessano anche squali martello, uccelli marini e numerose specie costiere. Sono stati inoltre approvati specifici interventi per alcuni cetacei e per le loro rotte migratorie. La Convenzione tutela infatti un patrimonio che comprende balene, tartarughe marine, uccelli e molti altri animali. Nata nel 1979, rappresenta uno dei principali strumenti internazionali per la conservazione della fauna selvatica. Oggi sono più di 1.200 le specie comprese nei suoi programmi di protezione. Molti animali attraversano ogni anno oceani, foreste e continenti per nutrirsi o riprodursi.
La loro sopravvivenza non può quindi dipendere dalle azioni di un solo Stato. Le decisioni adottate puntano a coordinare la protezione degli habitat, la ricerca e il controllo delle minacce. Un impegno che dovrà adesso trasformarsi in interventi concreti lungo le rotte migratorie. Perché la natura non conosce frontiere e la sua tutela è una responsabilità condivisa.

Proteggere gli animali migratori significa superare i confini tracciati dall’uomo. È il principio alla base delle nuove decisioni adottate durante la COP15 in Brasile.
I 132 Paesi e l’Unione europea che aderiscono alla Convenzione ONU sulle specie migratorie hanno rafforzato il proprio impegno comune. Le nuove misure riguardano 40 specie e popolazioni animali terrestri, acquatiche e aviarie. Tra quelle maggiormente tutelate figurano il gufo delle nevi, la lontra gigante e la iena striata. Nuove protezioni interessano anche squali martello, uccelli marini e numerose specie costiere. Sono stati inoltre approvati specifici interventi per alcuni cetacei e per le loro rotte migratorie. La Convenzione tutela infatti un patrimonio che comprende balene, tartarughe marine, uccelli e molti altri animali. Nata nel 1979, rappresenta uno dei principali strumenti internazionali per la conservazione della fauna selvatica. Oggi sono più di 1.200 le specie comprese nei suoi programmi di protezione. Molti animali attraversano ogni anno oceani, foreste e continenti per nutrirsi o riprodursi.
La loro sopravvivenza non può quindi dipendere dalle azioni di un solo Stato. Le decisioni adottate puntano a coordinare la protezione degli habitat, la ricerca e il controllo delle minacce. Un impegno che dovrà adesso trasformarsi in interventi concreti lungo le rotte migratorie. Perché la natura non conosce frontiere e la sua tutela è una responsabilità condivisa.

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Un tatuaggio capace di superare le barriere


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Una tastiera QWERTY tatuata sull’avambraccio per offrire al figlio uno strumento di comunicazione sempre disponibile. È la scelta di Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, un bambino autistico non parlante di 11 anni. Hunter utilizza normalmente un dispositivo di Comunicazione aumentativa e alternativa, attraverso il quale può selezionare parole e simboli. L’idea del tatuaggio è nata durante un pasto al ristorante, quando la batteria del dispositivo si è scaricata improvvisamente. Il bambino ha allora disegnato una tastiera su un tovagliolo e ha indicato le lettere necessarie per comunicare ciò che desiderava ordinare. Da quell’episodio Jessica ha compreso l’importanza di creare uno strumento alternativo e indipendente dalla tecnologia. Sul suo braccio ha fatto riprodurre lettere, simboli per esprimere le emozioni e pulsanti dedicati al “sì”, al “no” e a “ti voglio bene”. Secondo il racconto della madre, la prima parola indicata da Hunter sul tatuaggio è stata “mamma”. La soluzione permette inoltre ai due di comunicare in modo riservato, senza che il dispositivo elettronico pronunci i messaggi ad alta voce. L’idea ha ispirato anche la realizzazione di magliette con tastiere stampate sulle maniche, pensate per permettere ad altre persone di interagire con Hunter. Un gesto che mostra come l’inclusione possa cominciare dalla volontà di rimuovere ogni barriera alla comunicazione.

Una tastiera QWERTY tatuata sull’avambraccio per offrire al figlio uno strumento di comunicazione sempre disponibile. È la scelta di Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, un bambino autistico non parlante di 11 anni. Hunter utilizza normalmente un dispositivo di Comunicazione aumentativa e alternativa, attraverso il quale può selezionare parole e simboli. L’idea del tatuaggio è nata durante un pasto al ristorante, quando la batteria del dispositivo si è scaricata improvvisamente. Il bambino ha allora disegnato una tastiera su un tovagliolo e ha indicato le lettere necessarie per comunicare ciò che desiderava ordinare. Da quell’episodio Jessica ha compreso l’importanza di creare uno strumento alternativo e indipendente dalla tecnologia. Sul suo braccio ha fatto riprodurre lettere, simboli per esprimere le emozioni e pulsanti dedicati al “sì”, al “no” e a “ti voglio bene”. Secondo il racconto della madre, la prima parola indicata da Hunter sul tatuaggio è stata “mamma”. La soluzione permette inoltre ai due di comunicare in modo riservato, senza che il dispositivo elettronico pronunci i messaggi ad alta voce. L’idea ha ispirato anche la realizzazione di magliette con tastiere stampate sulle maniche, pensate per permettere ad altre persone di interagire con Hunter. Un gesto che mostra come l’inclusione possa cominciare dalla volontà di rimuovere ogni barriera alla comunicazione.

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Un mantello rosso per proteggere la foresta


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Nel paesaggio bruciato del Borneo, Superman è diventato il simbolo di un impegno concreto. Rudiyansah è un adolescente indonesiano che dedica il proprio tempo libero a combattere gli incendi intorno a Palangka Raya, nel Kalimantan Centrale. Dopo la scuola raggiunge il gruppo locale di volontari fondato dal padre e partecipa alle operazioni utilizzando manichette e pompe d’acqua. Aiuta la squadra dal 2023, ma quest’anno ha deciso di indossare il costume del suo supereroe preferito durante gli interventi. Una scelta nata per gioco che ha prodotto un effetto importante: le immagini del ragazzo con il mantello rosso sono diventate virali, richiamando l’attenzione internazionale sull’emergenza ambientale che sta colpendo l’Indonesia. Il ministro delle Foreste lo ha definito “eroe della foresta”, mentre Rudiyansah sogna di diventare un giorno una guardia forestale. Dietro il costume rimane la scelta di un giovane volontario che preferisce dedicare il proprio tempo alla comunità e alla protezione del territorio. Una storia che ricorda come per compiere qualcosa di straordinario non servano superpoteri, ma responsabilità, coraggio e volontà di aiutare.

Nel paesaggio bruciato del Borneo, Superman è diventato il simbolo di un impegno concreto. Rudiyansah è un adolescente indonesiano che dedica il proprio tempo libero a combattere gli incendi intorno a Palangka Raya, nel Kalimantan Centrale. Dopo la scuola raggiunge il gruppo locale di volontari fondato dal padre e partecipa alle operazioni utilizzando manichette e pompe d’acqua. Aiuta la squadra dal 2023, ma quest’anno ha deciso di indossare il costume del suo supereroe preferito durante gli interventi. Una scelta nata per gioco che ha prodotto un effetto importante: le immagini del ragazzo con il mantello rosso sono diventate virali, richiamando l’attenzione internazionale sull’emergenza ambientale che sta colpendo l’Indonesia. Il ministro delle Foreste lo ha definito “eroe della foresta”, mentre Rudiyansah sogna di diventare un giorno una guardia forestale. Dietro il costume rimane la scelta di un giovane volontario che preferisce dedicare il proprio tempo alla comunità e alla protezione del territorio. Una storia che ricorda come per compiere qualcosa di straordinario non servano superpoteri, ma responsabilità, coraggio e volontà di aiutare.

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Quando condividere rende la scuola più accessibile


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Ad Ascoli Piceno il ritorno a scuola diventa più accessibile e sostenibile grazie a Giraskuola. Il Comune ha messo gratuitamente a disposizione dei cittadini una piattaforma dedicata allo scambio, all’acquisto e alla vendita di materiale scolastico usato. Attraverso il servizio è possibile rimettere in circolo libri di testo, strumenti didattici, attrezzature sportive e materiali destinati agli studenti con bisogni educativi speciali. Ogni cittadino può registrarsi, consultare gli annunci, pubblicare ciò che non utilizza più e mettersi direttamente in contatto con gli altri utenti. La piattaforma non prevede intermediazioni economiche e gli scambi avvengono in presenza, diventando anche occasioni di incontro e collaborazione tra le famiglie. Al progetto possono partecipare associazioni, attività commerciali e altre realtà locali, contribuendo alla creazione di una rete territoriale solidale. Giraskuola aiuta così a ridurre le spese legate all’istruzione, limita gli sprechi e offre una seconda vita a oggetti ancora utili. Un’iniziativa che unisce innovazione digitale, inclusione sociale e tutela dell’ambiente, trasformando la condivisione in una risorsa per l’intera comunità.

Ad Ascoli Piceno il ritorno a scuola diventa più accessibile e sostenibile grazie a Giraskuola. Il Comune ha messo gratuitamente a disposizione dei cittadini una piattaforma dedicata allo scambio, all’acquisto e alla vendita di materiale scolastico usato. Attraverso il servizio è possibile rimettere in circolo libri di testo, strumenti didattici, attrezzature sportive e materiali destinati agli studenti con bisogni educativi speciali. Ogni cittadino può registrarsi, consultare gli annunci, pubblicare ciò che non utilizza più e mettersi direttamente in contatto con gli altri utenti. La piattaforma non prevede intermediazioni economiche e gli scambi avvengono in presenza, diventando anche occasioni di incontro e collaborazione tra le famiglie. Al progetto possono partecipare associazioni, attività commerciali e altre realtà locali, contribuendo alla creazione di una rete territoriale solidale. Giraskuola aiuta così a ridurre le spese legate all’istruzione, limita gli sprechi e offre una seconda vita a oggetti ancora utili. Un’iniziativa che unisce innovazione digitale, inclusione sociale e tutela dell’ambiente, trasformando la condivisione in una risorsa per l’intera comunità.

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Quando curare la salute significa proteggere anche l’ambiente


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L’ASL TO5 compie un nuovo passo verso una sanità più attenta all’ambiente con la nascita del “Green Team Ospedali Riuniti”. Il gruppo multidisciplinare avrà il compito di promuovere e coordinare le politiche di sostenibilità all’interno dei presidi ospedalieri dell’azienda sanitaria. L’iniziativa prosegue un percorso già avviato attraverso la riorganizzazione sostenibile delle sale operatorie, l’introduzione dei kit chirurgici personalizzati e il progetto “Anestesia Green”. Il nuovo organismo sarà articolato su due livelli: una struttura aziendale di coordinamento e diversi gruppi tematici dedicati agli ambiti operativi. Tra gli obiettivi figurano la formazione del personale, la diffusione di comportamenti responsabili e la realizzazione di nuovi progetti sviluppati direttamente nei reparti. Il Green Team si occuperà anche di misurare l’impatto ambientale delle attività sanitarie e di individuare strategie per una progressiva decarbonizzazione degli ospedali. Un modello partecipativo che punta a trasformare le buone pratiche in un impegno condiviso, dimostrando come la tutela della salute possa procedere insieme a quella dell’ambiente.

L’ASL TO5 compie un nuovo passo verso una sanità più attenta all’ambiente con la nascita del “Green Team Ospedali Riuniti”. Il gruppo multidisciplinare avrà il compito di promuovere e coordinare le politiche di sostenibilità all’interno dei presidi ospedalieri dell’azienda sanitaria. L’iniziativa prosegue un percorso già avviato attraverso la riorganizzazione sostenibile delle sale operatorie, l’introduzione dei kit chirurgici personalizzati e il progetto “Anestesia Green”. Il nuovo organismo sarà articolato su due livelli: una struttura aziendale di coordinamento e diversi gruppi tematici dedicati agli ambiti operativi. Tra gli obiettivi figurano la formazione del personale, la diffusione di comportamenti responsabili e la realizzazione di nuovi progetti sviluppati direttamente nei reparti. Il Green Team si occuperà anche di misurare l’impatto ambientale delle attività sanitarie e di individuare strategie per una progressiva decarbonizzazione degli ospedali. Un modello partecipativo che punta a trasformare le buone pratiche in un impegno condiviso, dimostrando come la tutela della salute possa procedere insieme a quella dell’ambiente.

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Curare senza chiedere nulla in cambio


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C'è chi, una volta conclusa la propria carriera, sceglie il meritato riposo. E poi c'è chi decide di mettere ancora una volta la propria esperienza al servizio degli altri. Succede a Bologna, dove un gruppo di ex primari e medici specialisti in pensione ha dato vita a un poliambulatorio solidale per offrire visite gratuite alle persone più fragili. L'iniziativa nasce per sostenere chi, a causa delle difficoltà economiche o delle lunghe liste d'attesa, spesso rinuncia a curarsi. Nel nuovo ambulatorio, ospitato nel quartiere Pilastro, i pazienti potranno ricevere consulenze specialistiche senza alcun costo, grazie al lavoro volontario di professionisti che hanno guidato alcuni dei più importanti reparti ospedalieri della città. Il progetto, promosso dall'associazione "Buoni Dottori" insieme al Comune di Bologna e ad Acer Bologna, rappresenta un esempio concreto di come competenze, esperienza e spirito di servizio possano trasformarsi in un gesto di grande solidarietà. In un momento in cui l'accesso alle cure è sempre più difficile per molte persone, questi medici hanno scelto di rimettersi il camice non per un nuovo incarico, ma per continuare a prendersi cura degli altri. Un'iniziativa che dimostra come la medicina possa andare oltre la professione, diventando un autentico atto di vicinanza e umanità.

C'è chi, una volta conclusa la propria carriera, sceglie il meritato riposo. E poi c'è chi decide di mettere ancora una volta la propria esperienza al servizio degli altri. Succede a Bologna, dove un gruppo di ex primari e medici specialisti in pensione ha dato vita a un poliambulatorio solidale per offrire visite gratuite alle persone più fragili. L'iniziativa nasce per sostenere chi, a causa delle difficoltà economiche o delle lunghe liste d'attesa, spesso rinuncia a curarsi. Nel nuovo ambulatorio, ospitato nel quartiere Pilastro, i pazienti potranno ricevere consulenze specialistiche senza alcun costo, grazie al lavoro volontario di professionisti che hanno guidato alcuni dei più importanti reparti ospedalieri della città. Il progetto, promosso dall'associazione "Buoni Dottori" insieme al Comune di Bologna e ad Acer Bologna, rappresenta un esempio concreto di come competenze, esperienza e spirito di servizio possano trasformarsi in un gesto di grande solidarietà. In un momento in cui l'accesso alle cure è sempre più difficile per molte persone, questi medici hanno scelto di rimettersi il camice non per un nuovo incarico, ma per continuare a prendersi cura degli altri. Un'iniziativa che dimostra come la medicina possa andare oltre la professione, diventando un autentico atto di vicinanza e umanità.

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Dopo 5 anni di buio torna a vedere


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Per oltre cinque anni Elena, 67 anni, ha vissuto nel buio più totale. Un grave incidente stradale le aveva tolto la vista, ma oggi può tornare a guardare il mondo grazie a un intervento che entra nella storia della medicina. All'Ospedale Molinette di Torino, l'équipe della Clinica Oculistica universitaria guidata dal professor Michele Reibaldi ha realizzato il primo autotrapianto al mondo del segmento anteriore dell'occhio e della macula, la parte centrale della retina responsabile della visione dei dettagli. Per ridarle la vista, i chirurghi hanno trasferito dall'occhio sinistro, ormai irreversibilmente compromesso ma con tessuti ancora sani, un intero blocco anatomico comprendente cornea, sclera, congiuntiva e, per la prima volta nella storia, anche la macula, impiantandolo nell'occhio destro, dove il nervo ottico era ancora funzionante. Un intervento durato quasi sei ore che ha superato un limite considerato fino a oggi invalicabile dalla comunità scientifica internazionale. «L'ostacolo ritenuto insormontabile è stato superato grazie a un'intuizione chirurgica», ha spiegato il professor Reibaldi nel comunicato della Città della Salute e della Scienza di Torino. Oggi Elena è tornata a vedere il volto di suo figlio e della sua cagnolina guida Joe. Un risultato che rappresenta molto più di un record mondiale: è la dimostrazione di come ricerca, innovazione e il lavoro di un'intera équipe possano restituire autonomia, speranza e una nuova vita a chi pensava di aver perso tutto.

Per oltre cinque anni Elena, 67 anni, ha vissuto nel buio più totale. Un grave incidente stradale le aveva tolto la vista, ma oggi può tornare a guardare il mondo grazie a un intervento che entra nella storia della medicina. All'Ospedale Molinette di Torino, l'équipe della Clinica Oculistica universitaria guidata dal professor Michele Reibaldi ha realizzato il primo autotrapianto al mondo del segmento anteriore dell'occhio e della macula, la parte centrale della retina responsabile della visione dei dettagli. Per ridarle la vista, i chirurghi hanno trasferito dall'occhio sinistro, ormai irreversibilmente compromesso ma con tessuti ancora sani, un intero blocco anatomico comprendente cornea, sclera, congiuntiva e, per la prima volta nella storia, anche la macula, impiantandolo nell'occhio destro, dove il nervo ottico era ancora funzionante. Un intervento durato quasi sei ore che ha superato un limite considerato fino a oggi invalicabile dalla comunità scientifica internazionale. «L'ostacolo ritenuto insormontabile è stato superato grazie a un'intuizione chirurgica», ha spiegato il professor Reibaldi nel comunicato della Città della Salute e della Scienza di Torino. Oggi Elena è tornata a vedere il volto di suo figlio e della sua cagnolina guida Joe. Un risultato che rappresenta molto più di un record mondiale: è la dimostrazione di come ricerca, innovazione e il lavoro di un'intera équipe possano restituire autonomia, speranza e una nuova vita a chi pensava di aver perso tutto.

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Dal set alla solidarietà, il sogno di Elisa diventa realtà a Goma


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La storia di Elisa Claps, una giovane ragazza di Potenza che sognava di diventare medico e dedicare la propria vita agli ultimi, oggi continua attraverso un progetto di solidarietà che ha raggiunto Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. A rendere possibile questo ponte tra Italia e Africa è il progetto “Il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa”, nato dalla volontà della famiglia Claps e realizzato con il supporto del VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza sanitaria del Centro Don Bosco Ngangi di Goma. Al centro di questa iniziativa c’è anche Gianmarco Saurino, l’attore che nella fiction Rai “Per Elisa – Il caso Claps”ha interpretato proprio Gildo Claps, il fratello di Elisa impegnato per anni nella ricerca della verità sulla scomparsa della sorella. Proprio grazie al rapporto nato durante la realizzazione della serie, Saurino ha scelto di rimanere vicino alla famiglia Claps e di sostenere attivamente questa causa. L’attore ha partecipato agli eventi legati al progetto e ha preso parte alla missione a Goma insieme a Gildo Claps e ai volontari del VIS, entrando direttamente in contatto con la realtà dell’ambulatorio e delle comunità assistite. L’iniziativa ha permesso di potenziare i servizi sanitari del dispensario medico del Centro Don Bosco Ngangi, una struttura che offre cure, farmaci e assistenza a bambini, famiglie e persone costrette a vivere in condizioni di grande fragilità a causa della crisi nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Così, da una storia segnata dal dolore nasce un luogo dedicato alla cura: il sogno di Elisa di aiutare gli altri continua a vivere migliaia di chilometri lontano da casa, attraverso medici, volontari e persone che ogni giorno scelgono di prendersi cura del prossimo.

La storia di Elisa Claps, una giovane ragazza di Potenza che sognava di diventare medico e dedicare la propria vita agli ultimi, oggi continua attraverso un progetto di solidarietà che ha raggiunto Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. A rendere possibile questo ponte tra Italia e Africa è il progetto “Il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa”, nato dalla volontà della famiglia Claps e realizzato con il supporto del VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza sanitaria del Centro Don Bosco Ngangi di Goma. Al centro di questa iniziativa c’è anche Gianmarco Saurino, l’attore che nella fiction Rai “Per Elisa – Il caso Claps”ha interpretato proprio Gildo Claps, il fratello di Elisa impegnato per anni nella ricerca della verità sulla scomparsa della sorella. Proprio grazie al rapporto nato durante la realizzazione della serie, Saurino ha scelto di rimanere vicino alla famiglia Claps e di sostenere attivamente questa causa. L’attore ha partecipato agli eventi legati al progetto e ha preso parte alla missione a Goma insieme a Gildo Claps e ai volontari del VIS, entrando direttamente in contatto con la realtà dell’ambulatorio e delle comunità assistite. L’iniziativa ha permesso di potenziare i servizi sanitari del dispensario medico del Centro Don Bosco Ngangi, una struttura che offre cure, farmaci e assistenza a bambini, famiglie e persone costrette a vivere in condizioni di grande fragilità a causa della crisi nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Così, da una storia segnata dal dolore nasce un luogo dedicato alla cura: il sogno di Elisa di aiutare gli altri continua a vivere migliaia di chilometri lontano da casa, attraverso medici, volontari e persone che ogni giorno scelgono di prendersi cura del prossimo.

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Dalle foglie morte nasce una nuova plastica sostenibile


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Ogni anno milioni di foglie cadono dagli alberi e vengono considerate un semplice rifiuto da smaltire.
Ma un gruppo di ricercatori sudcoreani ha dimostrato che possono diventare una risorsa per combattere uno dei grandi problemi ambientali: l’inquinamento da plastica. Lo studio è stato realizzato da un team del Korea Advanced Institute of Science and Technology (KAIST) guidato dal professor Jaewook Myung, del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale, insieme ai ricercatori Pham Thanh Trung Ninh, Shinhyeong Choe, Yongjun Cho e Hoseong Moon. Gli scienziati hanno sviluppato una pellicola agricola biodegradabile utilizzando le fibre naturali presenti nelle foglie cadute, in particolare nanofibre di lignocellulosa, un componente strutturale delle piante. Il materiale potrebbe sostituire alcuni teli plastici utilizzati in agricoltura per mantenere l’umidità del terreno, limitare la crescita delle erbe infestanti e proteggere le coltivazioni. Il problema dei tradizionali film agricoli in plastica è che spesso rimangono nei terreni sotto forma di residui difficili da eliminare, contribuendo all’accumulo di microplastiche. Nei test condotti dai ricercatori, il nuovo materiale ha mostrato capacità di degradarsi nel suolo senza effetti negativi sulla crescita delle piante analizzate. Dopo 115 giorni di sperimentazione è stata registrata una degradazione di circa il 34%. La ricerca apre quindi una nuova strada: trasformare uno scarto naturale abbondante in un materiale utile, riducendo il consumo di plastica e favorendo un modello di economia circolare.

Ogni anno milioni di foglie cadono dagli alberi e vengono considerate un semplice rifiuto da smaltire.
Ma un gruppo di ricercatori sudcoreani ha dimostrato che possono diventare una risorsa per combattere uno dei grandi problemi ambientali: l’inquinamento da plastica. Lo studio è stato realizzato da un team del Korea Advanced Institute of Science and Technology (KAIST) guidato dal professor Jaewook Myung, del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale, insieme ai ricercatori Pham Thanh Trung Ninh, Shinhyeong Choe, Yongjun Cho e Hoseong Moon. Gli scienziati hanno sviluppato una pellicola agricola biodegradabile utilizzando le fibre naturali presenti nelle foglie cadute, in particolare nanofibre di lignocellulosa, un componente strutturale delle piante. Il materiale potrebbe sostituire alcuni teli plastici utilizzati in agricoltura per mantenere l’umidità del terreno, limitare la crescita delle erbe infestanti e proteggere le coltivazioni. Il problema dei tradizionali film agricoli in plastica è che spesso rimangono nei terreni sotto forma di residui difficili da eliminare, contribuendo all’accumulo di microplastiche. Nei test condotti dai ricercatori, il nuovo materiale ha mostrato capacità di degradarsi nel suolo senza effetti negativi sulla crescita delle piante analizzate. Dopo 115 giorni di sperimentazione è stata registrata una degradazione di circa il 34%. La ricerca apre quindi una nuova strada: trasformare uno scarto naturale abbondante in un materiale utile, riducendo il consumo di plastica e favorendo un modello di economia circolare.

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Dopo tanti rifiuti aprono una pizzeria e assumono persone con disabilità


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Per anni si sono sentiti dire che trovare un lavoro sarebbe stato quasi impossibile. Invece quattro giovani argentini con sindrome di Down hanno deciso di rispondere ai pregiudizi con i fatti. Così è nato Los Perejiles, un progetto avviato a Buenos Aires da Mateo, Leandro, Franco e Mauricio, trasformato nel tempo in un'attività di catering specializzata nella preparazione di pizze. L'obiettivo non era soltanto costruire un futuro per loro stessi, ma creare nuove opportunità anche per altre persone con disabilità intellettive. Oggi il progetto coinvolge numerosi collaboratori e rappresenta un esempio di inclusione sociale e lavorativa riconosciuto anche a livello internazionale. La loro storia dimostra che il vero limite non è la disabilità, ma i pregiudizi che ancora esistono nel mondo del lavoro. E che, quando vengono offerte le stesse opportunità, talento, impegno e passione possono trasformare un sogno in una realtà capace di cambiare la vita di molte altre persone.

Per anni si sono sentiti dire che trovare un lavoro sarebbe stato quasi impossibile. Invece quattro giovani argentini con sindrome di Down hanno deciso di rispondere ai pregiudizi con i fatti. Così è nato Los Perejiles, un progetto avviato a Buenos Aires da Mateo, Leandro, Franco e Mauricio, trasformato nel tempo in un'attività di catering specializzata nella preparazione di pizze. L'obiettivo non era soltanto costruire un futuro per loro stessi, ma creare nuove opportunità anche per altre persone con disabilità intellettive. Oggi il progetto coinvolge numerosi collaboratori e rappresenta un esempio di inclusione sociale e lavorativa riconosciuto anche a livello internazionale. La loro storia dimostra che il vero limite non è la disabilità, ma i pregiudizi che ancora esistono nel mondo del lavoro. E che, quando vengono offerte le stesse opportunità, talento, impegno e passione possono trasformare un sogno in una realtà capace di cambiare la vita di molte altre persone.

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A 10 anni ha deciso di regalare un sorriso ai bambini malati di cancro


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Ci sono gesti che non hanno bisogno di grandi parole per lasciare il segno. È il caso di Jamie Burke, un bambino irlandese di appena dieci anni che ha deciso di far crescere i capelli per oltre due anni con un obiettivo preciso: donarli ai bambini che li hanno persi durante le cure contro il cancro. Alla fine ha tagliato circa 30 centimetri di capelli, consegnandoli alla Little Princess Trust, organizzazione che realizza gratuitamente parrucche in capelli veri per bambini e ragazzi fino ai 24 anni affetti da tumori o altre patologie. Ma Jamie non si è fermato qui. Grazie all'iniziativa The Big Brave Cut, ha raccolto anche oltre 2.000 euro destinati al futuro Sunflower Children's Hospice, il primo hospice pediatrico dell'Irlanda occidentale. Un esempio straordinario di sensibilità e altruismo che dimostra come non esista un'età minima per fare la differenza nella vita degli altri.

Ci sono gesti che non hanno bisogno di grandi parole per lasciare il segno. È il caso di Jamie Burke, un bambino irlandese di appena dieci anni che ha deciso di far crescere i capelli per oltre due anni con un obiettivo preciso: donarli ai bambini che li hanno persi durante le cure contro il cancro. Alla fine ha tagliato circa 30 centimetri di capelli, consegnandoli alla Little Princess Trust, organizzazione che realizza gratuitamente parrucche in capelli veri per bambini e ragazzi fino ai 24 anni affetti da tumori o altre patologie. Ma Jamie non si è fermato qui. Grazie all'iniziativa The Big Brave Cut, ha raccolto anche oltre 2.000 euro destinati al futuro Sunflower Children's Hospice, il primo hospice pediatrico dell'Irlanda occidentale. Un esempio straordinario di sensibilità e altruismo che dimostra come non esista un'età minima per fare la differenza nella vita degli altri.

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