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Un contratto che vale più di una firma


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Il calcio diventa una squadra anche lontano dal terreno di gioco. Roberta Picchi, attaccante trentaquattrenne del Como 1907 Women, ha ricevuto una diagnosi di tumore al seno in seguito ad alcuni accertamenti medici. Davanti a una prova tanto delicata, la società ha scelto di offrirle sostegno e stabilità, rinnovando il suo contratto fino al termine della stagione 2027-2028. Durante il percorso terapeutico, la calciatrice sarà affiancata dallo staff medico del club, che collaborerà con gli specialisti responsabili delle cure. Picchi era arrivata a Como nella stagione precedente, contribuendo alla conquista della Serie B e alla prima storica promozione della squadra nella massima categoria. Ora dovrà affrontare una sfida diversa, circondata però dall’affetto della società, delle compagne e dei tifosi. La vicinanza del gruppo è stata espressa con un messaggio semplice: «Noi siamo una cosa sola». Anche Roberta ha manifestato determinazione, spiegando che affronterà la propria partita con l’obiettivo di tornare ancora più forte. Il rinnovo diventa così molto più di una decisione sportiva: è la scelta concreta di non lasciare sola una persona nel momento più difficile.

Il calcio diventa una squadra anche lontano dal terreno di gioco. Roberta Picchi, attaccante trentaquattrenne del Como 1907 Women, ha ricevuto una diagnosi di tumore al seno in seguito ad alcuni accertamenti medici. Davanti a una prova tanto delicata, la società ha scelto di offrirle sostegno e stabilità, rinnovando il suo contratto fino al termine della stagione 2027-2028. Durante il percorso terapeutico, la calciatrice sarà affiancata dallo staff medico del club, che collaborerà con gli specialisti responsabili delle cure. Picchi era arrivata a Como nella stagione precedente, contribuendo alla conquista della Serie B e alla prima storica promozione della squadra nella massima categoria. Ora dovrà affrontare una sfida diversa, circondata però dall’affetto della società, delle compagne e dei tifosi. La vicinanza del gruppo è stata espressa con un messaggio semplice: «Noi siamo una cosa sola». Anche Roberta ha manifestato determinazione, spiegando che affronterà la propria partita con l’obiettivo di tornare ancora più forte. Il rinnovo diventa così molto più di una decisione sportiva: è la scelta concreta di non lasciare sola una persona nel momento più difficile.

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Quando l’acqua fa rifiorire una comunità


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A Lopsienikou, nella contea di West Pokot, in Kenya, quindici donne hanno trasformato la lotta contro fame e siccità in un progetto comunitario. Sono le componenti del Sengenge Mother-to-Mother Support Group, nato per migliorare la salute e l’alimentazione delle famiglie del villaggio. Con il sostegno di Action Against Hunger, il gruppo ha contribuito al recupero di un pozzo e all’installazione di una pompa alimentata attraverso l’energia solare. L’acqua viene raccolta in due serbatoi da diecimila litri e utilizzata anche per irrigare un orto comunitario, nel quale crescono cavoli, spinaci e peperoni. I prodotti arricchiscono l’alimentazione delle famiglie, mentre le eccedenze possono essere vendute per generare nuove entrate. Le donne hanno inoltre creato un comitato incaricato di gestire il pozzo e raccogliere piccoli contributi destinati alla sua manutenzione. Al progetto si aggiungono l’allevamento di capre e un sistema comune di risparmio e prestiti. Un percorso che non elimina da solo la fame, ma rende la comunità più autonoma e resistente alla siccità. Qui il sole non produce soltanto energia: alimenta acqua, lavoro e nuove possibilità.

A Lopsienikou, nella contea di West Pokot, in Kenya, quindici donne hanno trasformato la lotta contro fame e siccità in un progetto comunitario. Sono le componenti del Sengenge Mother-to-Mother Support Group, nato per migliorare la salute e l’alimentazione delle famiglie del villaggio. Con il sostegno di Action Against Hunger, il gruppo ha contribuito al recupero di un pozzo e all’installazione di una pompa alimentata attraverso l’energia solare. L’acqua viene raccolta in due serbatoi da diecimila litri e utilizzata anche per irrigare un orto comunitario, nel quale crescono cavoli, spinaci e peperoni. I prodotti arricchiscono l’alimentazione delle famiglie, mentre le eccedenze possono essere vendute per generare nuove entrate. Le donne hanno inoltre creato un comitato incaricato di gestire il pozzo e raccogliere piccoli contributi destinati alla sua manutenzione. Al progetto si aggiungono l’allevamento di capre e un sistema comune di risparmio e prestiti. Un percorso che non elimina da solo la fame, ma rende la comunità più autonoma e resistente alla siccità. Qui il sole non produce soltanto energia: alimenta acqua, lavoro e nuove possibilità.

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Il Ruanda riduce la plastica monouso


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Il Ruanda è diventato un punto di riferimento africano nella lotta all’inquinamento da plastica. Nel 2008 il Paese ha vietato la produzione, l’importazione e l’utilizzo dei sacchetti in polietilene. Nel 2019 il divieto è stato esteso a numerosi prodotti e imballaggi di plastica monouso. Controlli rigorosi e sanzioni hanno contribuito a ridurre fortemente la presenza di rifiuti nelle strade. I risultati sono particolarmente visibili nella capitale Kigali. La città viene frequentemente indicata come una delle realtà urbane più pulite del continente africano. Alla base di questo risultato non ci sono però soltanto le leggi. Un ruolo fondamentale è svolto dall’“Umuganda”, il programma nazionale di lavoro comunitario. L’ultimo sabato di ogni mese i cittadini partecipano alla pulizia e alla cura degli spazi comuni. Le attività comprendono la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e la realizzazione di opere utili alla comunità. A Kigali la raccolta domestica viene inoltre gestita da aziende specializzate e sostenuta economicamente dalle famiglie. Il modello ruandese unisce quindi norme, controlli, organizzazione e partecipazione collettiva. Un sistema che ha trasformato la pulizia degli spazi pubblici in una responsabilità condivisa. Restano ancora difficoltà nella gestione, nel recupero e nel riciclo di tutte le tipologie di rifiuti. L’esperienza di Kigali dimostra però quanto le scelte politiche possano funzionare quando vengono sostenute dall’intera comunità.

Il Ruanda è diventato un punto di riferimento africano nella lotta all’inquinamento da plastica. Nel 2008 il Paese ha vietato la produzione, l’importazione e l’utilizzo dei sacchetti in polietilene. Nel 2019 il divieto è stato esteso a numerosi prodotti e imballaggi di plastica monouso. Controlli rigorosi e sanzioni hanno contribuito a ridurre fortemente la presenza di rifiuti nelle strade. I risultati sono particolarmente visibili nella capitale Kigali. La città viene frequentemente indicata come una delle realtà urbane più pulite del continente africano. Alla base di questo risultato non ci sono però soltanto le leggi. Un ruolo fondamentale è svolto dall’“Umuganda”, il programma nazionale di lavoro comunitario. L’ultimo sabato di ogni mese i cittadini partecipano alla pulizia e alla cura degli spazi comuni. Le attività comprendono la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e la realizzazione di opere utili alla comunità. A Kigali la raccolta domestica viene inoltre gestita da aziende specializzate e sostenuta economicamente dalle famiglie. Il modello ruandese unisce quindi norme, controlli, organizzazione e partecipazione collettiva. Un sistema che ha trasformato la pulizia degli spazi pubblici in una responsabilità condivisa. Restano ancora difficoltà nella gestione, nel recupero e nel riciclo di tutte le tipologie di rifiuti. L’esperienza di Kigali dimostra però quanto le scelte politiche possano funzionare quando vengono sostenute dall’intera comunità.

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Novantasei case per ricominciare


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A Fredericton, in Canada, 96 piccole abitazioni stanno offrendo una nuova possibilità a chi ha vissuto senza una casa. È il progetto “12 Neighbours”, nato su iniziativa dell’imprenditore Marcel LeBrun.
La comunità è stata completata nel 2024 e accoglie oggi più di 90 persone. Ogni abitazione dispone di cucina, bagno, zona giorno e uno spazio esterno privato. L’affitto non supera il 30 per cento del reddito del residente. L’obiettivo non è però fornire soltanto un tetto. Il progetto segue un modello che mette al centro la stabilità, la dignità e l’inclusione nella comunità. Una casa permanente diventa così il primo passo per ricostruire la propria autonomia. Nel quartiere sono presenti anche spazi dedicati alla formazione e alle attività lavorative. Il centro sociale comprende un bar, un negozio e laboratori nei quali i residenti possono trovare nuove opportunità. LeBrun ha avviato il progetto attraverso un’organizzazione senza scopo di lucro. Al finanziamento iniziale della sua fondazione familiare si è aggiunto il sostegno delle istituzioni canadesi. Le 96 abitazioni sono state costruite tra il 2021 e il 2024. Il risultato è una comunità pensata per andare oltre le soluzioni temporanee all’emergenza abitativa.Un esempio di come solidarietà e progettazione possano restituire stabilità e speranza.

A Fredericton, in Canada, 96 piccole abitazioni stanno offrendo una nuova possibilità a chi ha vissuto senza una casa. È il progetto “12 Neighbours”, nato su iniziativa dell’imprenditore Marcel LeBrun.
La comunità è stata completata nel 2024 e accoglie oggi più di 90 persone. Ogni abitazione dispone di cucina, bagno, zona giorno e uno spazio esterno privato. L’affitto non supera il 30 per cento del reddito del residente. L’obiettivo non è però fornire soltanto un tetto. Il progetto segue un modello che mette al centro la stabilità, la dignità e l’inclusione nella comunità. Una casa permanente diventa così il primo passo per ricostruire la propria autonomia. Nel quartiere sono presenti anche spazi dedicati alla formazione e alle attività lavorative. Il centro sociale comprende un bar, un negozio e laboratori nei quali i residenti possono trovare nuove opportunità. LeBrun ha avviato il progetto attraverso un’organizzazione senza scopo di lucro. Al finanziamento iniziale della sua fondazione familiare si è aggiunto il sostegno delle istituzioni canadesi. Le 96 abitazioni sono state costruite tra il 2021 e il 2024. Il risultato è una comunità pensata per andare oltre le soluzioni temporanee all’emergenza abitativa.Un esempio di come solidarietà e progettazione possano restituire stabilità e speranza.

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La Cina pianta una muraglia verde


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Da quasi mezzo secolo la Cina porta avanti uno dei più grandi programmi di forestazione mai realizzati. Secondo i dati ufficiali, tra il 1982 e il 2021 i cittadini cinesi hanno piantato circa 78 miliardi di alberi. Tra il 2012 e il 2022 gli interventi di forestazione hanno interessato complessivamente 64 milioni di ettari. Il progetto più imponente è il “Three-North Shelterbelt”, conosciuto come la Grande Muraglia Verde. Avviato nel 1978, il programma dovrebbe essere completato nel 2050. L’intervento attraversa le regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Entro il 2020 aveva già interessato e protetto circa 31,7 milioni di ettari. L’obiettivo è contrastare la desertificazione, l’erosione del suolo e l’avanzata delle tempeste di sabbia. I risultati della trasformazione sono stati rilevati anche attraverso immagini satellitari e osservazioni sul campo. Uno studio pubblicato su “Nature Communications” mostra che le foreste piantate sono quasi raddoppiate tra il 1990 e il 2020. La loro estensione è passata da circa 465.000 a oltre 903.000 chilometri quadrati. Questa crescita ha contribuito anche ad aumentare la quantità di carbonio assorbita dalla vegetazione. Piantare alberi, tuttavia, non è sufficiente per garantire il successo di ogni intervento. Nelle zone più aride rimangono problemi legati alla scarsità d’acqua, alle monoculture e alla sopravvivenza delle piante. La sfida è trasformare una quantità enorme di alberi in ecosistemi resistenti, diversificati e duraturi.

Da quasi mezzo secolo la Cina porta avanti uno dei più grandi programmi di forestazione mai realizzati. Secondo i dati ufficiali, tra il 1982 e il 2021 i cittadini cinesi hanno piantato circa 78 miliardi di alberi. Tra il 2012 e il 2022 gli interventi di forestazione hanno interessato complessivamente 64 milioni di ettari. Il progetto più imponente è il “Three-North Shelterbelt”, conosciuto come la Grande Muraglia Verde. Avviato nel 1978, il programma dovrebbe essere completato nel 2050. L’intervento attraversa le regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Entro il 2020 aveva già interessato e protetto circa 31,7 milioni di ettari. L’obiettivo è contrastare la desertificazione, l’erosione del suolo e l’avanzata delle tempeste di sabbia. I risultati della trasformazione sono stati rilevati anche attraverso immagini satellitari e osservazioni sul campo. Uno studio pubblicato su “Nature Communications” mostra che le foreste piantate sono quasi raddoppiate tra il 1990 e il 2020. La loro estensione è passata da circa 465.000 a oltre 903.000 chilometri quadrati. Questa crescita ha contribuito anche ad aumentare la quantità di carbonio assorbita dalla vegetazione. Piantare alberi, tuttavia, non è sufficiente per garantire il successo di ogni intervento. Nelle zone più aride rimangono problemi legati alla scarsità d’acqua, alle monoculture e alla sopravvivenza delle piante. La sfida è trasformare una quantità enorme di alberi in ecosistemi resistenti, diversificati e duraturi.

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Un impegno globale per la fauna migratoria


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Proteggere gli animali migratori significa superare i confini tracciati dall’uomo. È il principio alla base delle nuove decisioni adottate durante la COP15 in Brasile.
I 132 Paesi e l’Unione europea che aderiscono alla Convenzione ONU sulle specie migratorie hanno rafforzato il proprio impegno comune. Le nuove misure riguardano 40 specie e popolazioni animali terrestri, acquatiche e aviarie. Tra quelle maggiormente tutelate figurano il gufo delle nevi, la lontra gigante e la iena striata. Nuove protezioni interessano anche squali martello, uccelli marini e numerose specie costiere. Sono stati inoltre approvati specifici interventi per alcuni cetacei e per le loro rotte migratorie. La Convenzione tutela infatti un patrimonio che comprende balene, tartarughe marine, uccelli e molti altri animali. Nata nel 1979, rappresenta uno dei principali strumenti internazionali per la conservazione della fauna selvatica. Oggi sono più di 1.200 le specie comprese nei suoi programmi di protezione. Molti animali attraversano ogni anno oceani, foreste e continenti per nutrirsi o riprodursi.
La loro sopravvivenza non può quindi dipendere dalle azioni di un solo Stato. Le decisioni adottate puntano a coordinare la protezione degli habitat, la ricerca e il controllo delle minacce. Un impegno che dovrà adesso trasformarsi in interventi concreti lungo le rotte migratorie. Perché la natura non conosce frontiere e la sua tutela è una responsabilità condivisa.

Proteggere gli animali migratori significa superare i confini tracciati dall’uomo. È il principio alla base delle nuove decisioni adottate durante la COP15 in Brasile.
I 132 Paesi e l’Unione europea che aderiscono alla Convenzione ONU sulle specie migratorie hanno rafforzato il proprio impegno comune. Le nuove misure riguardano 40 specie e popolazioni animali terrestri, acquatiche e aviarie. Tra quelle maggiormente tutelate figurano il gufo delle nevi, la lontra gigante e la iena striata. Nuove protezioni interessano anche squali martello, uccelli marini e numerose specie costiere. Sono stati inoltre approvati specifici interventi per alcuni cetacei e per le loro rotte migratorie. La Convenzione tutela infatti un patrimonio che comprende balene, tartarughe marine, uccelli e molti altri animali. Nata nel 1979, rappresenta uno dei principali strumenti internazionali per la conservazione della fauna selvatica. Oggi sono più di 1.200 le specie comprese nei suoi programmi di protezione. Molti animali attraversano ogni anno oceani, foreste e continenti per nutrirsi o riprodursi.
La loro sopravvivenza non può quindi dipendere dalle azioni di un solo Stato. Le decisioni adottate puntano a coordinare la protezione degli habitat, la ricerca e il controllo delle minacce. Un impegno che dovrà adesso trasformarsi in interventi concreti lungo le rotte migratorie. Perché la natura non conosce frontiere e la sua tutela è una responsabilità condivisa.

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Un tatuaggio capace di superare le barriere


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Una tastiera QWERTY tatuata sull’avambraccio per offrire al figlio uno strumento di comunicazione sempre disponibile. È la scelta di Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, un bambino autistico non parlante di 11 anni. Hunter utilizza normalmente un dispositivo di Comunicazione aumentativa e alternativa, attraverso il quale può selezionare parole e simboli. L’idea del tatuaggio è nata durante un pasto al ristorante, quando la batteria del dispositivo si è scaricata improvvisamente. Il bambino ha allora disegnato una tastiera su un tovagliolo e ha indicato le lettere necessarie per comunicare ciò che desiderava ordinare. Da quell’episodio Jessica ha compreso l’importanza di creare uno strumento alternativo e indipendente dalla tecnologia. Sul suo braccio ha fatto riprodurre lettere, simboli per esprimere le emozioni e pulsanti dedicati al “sì”, al “no” e a “ti voglio bene”. Secondo il racconto della madre, la prima parola indicata da Hunter sul tatuaggio è stata “mamma”. La soluzione permette inoltre ai due di comunicare in modo riservato, senza che il dispositivo elettronico pronunci i messaggi ad alta voce. L’idea ha ispirato anche la realizzazione di magliette con tastiere stampate sulle maniche, pensate per permettere ad altre persone di interagire con Hunter. Un gesto che mostra come l’inclusione possa cominciare dalla volontà di rimuovere ogni barriera alla comunicazione.

Una tastiera QWERTY tatuata sull’avambraccio per offrire al figlio uno strumento di comunicazione sempre disponibile. È la scelta di Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, un bambino autistico non parlante di 11 anni. Hunter utilizza normalmente un dispositivo di Comunicazione aumentativa e alternativa, attraverso il quale può selezionare parole e simboli. L’idea del tatuaggio è nata durante un pasto al ristorante, quando la batteria del dispositivo si è scaricata improvvisamente. Il bambino ha allora disegnato una tastiera su un tovagliolo e ha indicato le lettere necessarie per comunicare ciò che desiderava ordinare. Da quell’episodio Jessica ha compreso l’importanza di creare uno strumento alternativo e indipendente dalla tecnologia. Sul suo braccio ha fatto riprodurre lettere, simboli per esprimere le emozioni e pulsanti dedicati al “sì”, al “no” e a “ti voglio bene”. Secondo il racconto della madre, la prima parola indicata da Hunter sul tatuaggio è stata “mamma”. La soluzione permette inoltre ai due di comunicare in modo riservato, senza che il dispositivo elettronico pronunci i messaggi ad alta voce. L’idea ha ispirato anche la realizzazione di magliette con tastiere stampate sulle maniche, pensate per permettere ad altre persone di interagire con Hunter. Un gesto che mostra come l’inclusione possa cominciare dalla volontà di rimuovere ogni barriera alla comunicazione.

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Un mantello rosso per proteggere la foresta


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Nel paesaggio bruciato del Borneo, Superman è diventato il simbolo di un impegno concreto. Rudiyansah è un adolescente indonesiano che dedica il proprio tempo libero a combattere gli incendi intorno a Palangka Raya, nel Kalimantan Centrale. Dopo la scuola raggiunge il gruppo locale di volontari fondato dal padre e partecipa alle operazioni utilizzando manichette e pompe d’acqua. Aiuta la squadra dal 2023, ma quest’anno ha deciso di indossare il costume del suo supereroe preferito durante gli interventi. Una scelta nata per gioco che ha prodotto un effetto importante: le immagini del ragazzo con il mantello rosso sono diventate virali, richiamando l’attenzione internazionale sull’emergenza ambientale che sta colpendo l’Indonesia. Il ministro delle Foreste lo ha definito “eroe della foresta”, mentre Rudiyansah sogna di diventare un giorno una guardia forestale. Dietro il costume rimane la scelta di un giovane volontario che preferisce dedicare il proprio tempo alla comunità e alla protezione del territorio. Una storia che ricorda come per compiere qualcosa di straordinario non servano superpoteri, ma responsabilità, coraggio e volontà di aiutare.

Nel paesaggio bruciato del Borneo, Superman è diventato il simbolo di un impegno concreto. Rudiyansah è un adolescente indonesiano che dedica il proprio tempo libero a combattere gli incendi intorno a Palangka Raya, nel Kalimantan Centrale. Dopo la scuola raggiunge il gruppo locale di volontari fondato dal padre e partecipa alle operazioni utilizzando manichette e pompe d’acqua. Aiuta la squadra dal 2023, ma quest’anno ha deciso di indossare il costume del suo supereroe preferito durante gli interventi. Una scelta nata per gioco che ha prodotto un effetto importante: le immagini del ragazzo con il mantello rosso sono diventate virali, richiamando l’attenzione internazionale sull’emergenza ambientale che sta colpendo l’Indonesia. Il ministro delle Foreste lo ha definito “eroe della foresta”, mentre Rudiyansah sogna di diventare un giorno una guardia forestale. Dietro il costume rimane la scelta di un giovane volontario che preferisce dedicare il proprio tempo alla comunità e alla protezione del territorio. Una storia che ricorda come per compiere qualcosa di straordinario non servano superpoteri, ma responsabilità, coraggio e volontà di aiutare.

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Quando condividere rende la scuola più accessibile


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Ad Ascoli Piceno il ritorno a scuola diventa più accessibile e sostenibile grazie a Giraskuola. Il Comune ha messo gratuitamente a disposizione dei cittadini una piattaforma dedicata allo scambio, all’acquisto e alla vendita di materiale scolastico usato. Attraverso il servizio è possibile rimettere in circolo libri di testo, strumenti didattici, attrezzature sportive e materiali destinati agli studenti con bisogni educativi speciali. Ogni cittadino può registrarsi, consultare gli annunci, pubblicare ciò che non utilizza più e mettersi direttamente in contatto con gli altri utenti. La piattaforma non prevede intermediazioni economiche e gli scambi avvengono in presenza, diventando anche occasioni di incontro e collaborazione tra le famiglie. Al progetto possono partecipare associazioni, attività commerciali e altre realtà locali, contribuendo alla creazione di una rete territoriale solidale. Giraskuola aiuta così a ridurre le spese legate all’istruzione, limita gli sprechi e offre una seconda vita a oggetti ancora utili. Un’iniziativa che unisce innovazione digitale, inclusione sociale e tutela dell’ambiente, trasformando la condivisione in una risorsa per l’intera comunità.

Ad Ascoli Piceno il ritorno a scuola diventa più accessibile e sostenibile grazie a Giraskuola. Il Comune ha messo gratuitamente a disposizione dei cittadini una piattaforma dedicata allo scambio, all’acquisto e alla vendita di materiale scolastico usato. Attraverso il servizio è possibile rimettere in circolo libri di testo, strumenti didattici, attrezzature sportive e materiali destinati agli studenti con bisogni educativi speciali. Ogni cittadino può registrarsi, consultare gli annunci, pubblicare ciò che non utilizza più e mettersi direttamente in contatto con gli altri utenti. La piattaforma non prevede intermediazioni economiche e gli scambi avvengono in presenza, diventando anche occasioni di incontro e collaborazione tra le famiglie. Al progetto possono partecipare associazioni, attività commerciali e altre realtà locali, contribuendo alla creazione di una rete territoriale solidale. Giraskuola aiuta così a ridurre le spese legate all’istruzione, limita gli sprechi e offre una seconda vita a oggetti ancora utili. Un’iniziativa che unisce innovazione digitale, inclusione sociale e tutela dell’ambiente, trasformando la condivisione in una risorsa per l’intera comunità.

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Quando curare la salute significa proteggere anche l’ambiente


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L’ASL TO5 compie un nuovo passo verso una sanità più attenta all’ambiente con la nascita del “Green Team Ospedali Riuniti”. Il gruppo multidisciplinare avrà il compito di promuovere e coordinare le politiche di sostenibilità all’interno dei presidi ospedalieri dell’azienda sanitaria. L’iniziativa prosegue un percorso già avviato attraverso la riorganizzazione sostenibile delle sale operatorie, l’introduzione dei kit chirurgici personalizzati e il progetto “Anestesia Green”. Il nuovo organismo sarà articolato su due livelli: una struttura aziendale di coordinamento e diversi gruppi tematici dedicati agli ambiti operativi. Tra gli obiettivi figurano la formazione del personale, la diffusione di comportamenti responsabili e la realizzazione di nuovi progetti sviluppati direttamente nei reparti. Il Green Team si occuperà anche di misurare l’impatto ambientale delle attività sanitarie e di individuare strategie per una progressiva decarbonizzazione degli ospedali. Un modello partecipativo che punta a trasformare le buone pratiche in un impegno condiviso, dimostrando come la tutela della salute possa procedere insieme a quella dell’ambiente.

L’ASL TO5 compie un nuovo passo verso una sanità più attenta all’ambiente con la nascita del “Green Team Ospedali Riuniti”. Il gruppo multidisciplinare avrà il compito di promuovere e coordinare le politiche di sostenibilità all’interno dei presidi ospedalieri dell’azienda sanitaria. L’iniziativa prosegue un percorso già avviato attraverso la riorganizzazione sostenibile delle sale operatorie, l’introduzione dei kit chirurgici personalizzati e il progetto “Anestesia Green”. Il nuovo organismo sarà articolato su due livelli: una struttura aziendale di coordinamento e diversi gruppi tematici dedicati agli ambiti operativi. Tra gli obiettivi figurano la formazione del personale, la diffusione di comportamenti responsabili e la realizzazione di nuovi progetti sviluppati direttamente nei reparti. Il Green Team si occuperà anche di misurare l’impatto ambientale delle attività sanitarie e di individuare strategie per una progressiva decarbonizzazione degli ospedali. Un modello partecipativo che punta a trasformare le buone pratiche in un impegno condiviso, dimostrando come la tutela della salute possa procedere insieme a quella dell’ambiente.

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Curare senza chiedere nulla in cambio


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C'è chi, una volta conclusa la propria carriera, sceglie il meritato riposo. E poi c'è chi decide di mettere ancora una volta la propria esperienza al servizio degli altri. Succede a Bologna, dove un gruppo di ex primari e medici specialisti in pensione ha dato vita a un poliambulatorio solidale per offrire visite gratuite alle persone più fragili. L'iniziativa nasce per sostenere chi, a causa delle difficoltà economiche o delle lunghe liste d'attesa, spesso rinuncia a curarsi. Nel nuovo ambulatorio, ospitato nel quartiere Pilastro, i pazienti potranno ricevere consulenze specialistiche senza alcun costo, grazie al lavoro volontario di professionisti che hanno guidato alcuni dei più importanti reparti ospedalieri della città. Il progetto, promosso dall'associazione "Buoni Dottori" insieme al Comune di Bologna e ad Acer Bologna, rappresenta un esempio concreto di come competenze, esperienza e spirito di servizio possano trasformarsi in un gesto di grande solidarietà. In un momento in cui l'accesso alle cure è sempre più difficile per molte persone, questi medici hanno scelto di rimettersi il camice non per un nuovo incarico, ma per continuare a prendersi cura degli altri. Un'iniziativa che dimostra come la medicina possa andare oltre la professione, diventando un autentico atto di vicinanza e umanità.

C'è chi, una volta conclusa la propria carriera, sceglie il meritato riposo. E poi c'è chi decide di mettere ancora una volta la propria esperienza al servizio degli altri. Succede a Bologna, dove un gruppo di ex primari e medici specialisti in pensione ha dato vita a un poliambulatorio solidale per offrire visite gratuite alle persone più fragili. L'iniziativa nasce per sostenere chi, a causa delle difficoltà economiche o delle lunghe liste d'attesa, spesso rinuncia a curarsi. Nel nuovo ambulatorio, ospitato nel quartiere Pilastro, i pazienti potranno ricevere consulenze specialistiche senza alcun costo, grazie al lavoro volontario di professionisti che hanno guidato alcuni dei più importanti reparti ospedalieri della città. Il progetto, promosso dall'associazione "Buoni Dottori" insieme al Comune di Bologna e ad Acer Bologna, rappresenta un esempio concreto di come competenze, esperienza e spirito di servizio possano trasformarsi in un gesto di grande solidarietà. In un momento in cui l'accesso alle cure è sempre più difficile per molte persone, questi medici hanno scelto di rimettersi il camice non per un nuovo incarico, ma per continuare a prendersi cura degli altri. Un'iniziativa che dimostra come la medicina possa andare oltre la professione, diventando un autentico atto di vicinanza e umanità.

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Dopo 5 anni di buio torna a vedere


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Per oltre cinque anni Elena, 67 anni, ha vissuto nel buio più totale. Un grave incidente stradale le aveva tolto la vista, ma oggi può tornare a guardare il mondo grazie a un intervento che entra nella storia della medicina. All'Ospedale Molinette di Torino, l'équipe della Clinica Oculistica universitaria guidata dal professor Michele Reibaldi ha realizzato il primo autotrapianto al mondo del segmento anteriore dell'occhio e della macula, la parte centrale della retina responsabile della visione dei dettagli. Per ridarle la vista, i chirurghi hanno trasferito dall'occhio sinistro, ormai irreversibilmente compromesso ma con tessuti ancora sani, un intero blocco anatomico comprendente cornea, sclera, congiuntiva e, per la prima volta nella storia, anche la macula, impiantandolo nell'occhio destro, dove il nervo ottico era ancora funzionante. Un intervento durato quasi sei ore che ha superato un limite considerato fino a oggi invalicabile dalla comunità scientifica internazionale. «L'ostacolo ritenuto insormontabile è stato superato grazie a un'intuizione chirurgica», ha spiegato il professor Reibaldi nel comunicato della Città della Salute e della Scienza di Torino. Oggi Elena è tornata a vedere il volto di suo figlio e della sua cagnolina guida Joe. Un risultato che rappresenta molto più di un record mondiale: è la dimostrazione di come ricerca, innovazione e il lavoro di un'intera équipe possano restituire autonomia, speranza e una nuova vita a chi pensava di aver perso tutto.

Per oltre cinque anni Elena, 67 anni, ha vissuto nel buio più totale. Un grave incidente stradale le aveva tolto la vista, ma oggi può tornare a guardare il mondo grazie a un intervento che entra nella storia della medicina. All'Ospedale Molinette di Torino, l'équipe della Clinica Oculistica universitaria guidata dal professor Michele Reibaldi ha realizzato il primo autotrapianto al mondo del segmento anteriore dell'occhio e della macula, la parte centrale della retina responsabile della visione dei dettagli. Per ridarle la vista, i chirurghi hanno trasferito dall'occhio sinistro, ormai irreversibilmente compromesso ma con tessuti ancora sani, un intero blocco anatomico comprendente cornea, sclera, congiuntiva e, per la prima volta nella storia, anche la macula, impiantandolo nell'occhio destro, dove il nervo ottico era ancora funzionante. Un intervento durato quasi sei ore che ha superato un limite considerato fino a oggi invalicabile dalla comunità scientifica internazionale. «L'ostacolo ritenuto insormontabile è stato superato grazie a un'intuizione chirurgica», ha spiegato il professor Reibaldi nel comunicato della Città della Salute e della Scienza di Torino. Oggi Elena è tornata a vedere il volto di suo figlio e della sua cagnolina guida Joe. Un risultato che rappresenta molto più di un record mondiale: è la dimostrazione di come ricerca, innovazione e il lavoro di un'intera équipe possano restituire autonomia, speranza e una nuova vita a chi pensava di aver perso tutto.

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Dal set alla solidarietà, il sogno di Elisa diventa realtà a Goma


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La storia di Elisa Claps, una giovane ragazza di Potenza che sognava di diventare medico e dedicare la propria vita agli ultimi, oggi continua attraverso un progetto di solidarietà che ha raggiunto Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. A rendere possibile questo ponte tra Italia e Africa è il progetto “Il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa”, nato dalla volontà della famiglia Claps e realizzato con il supporto del VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza sanitaria del Centro Don Bosco Ngangi di Goma. Al centro di questa iniziativa c’è anche Gianmarco Saurino, l’attore che nella fiction Rai “Per Elisa – Il caso Claps”ha interpretato proprio Gildo Claps, il fratello di Elisa impegnato per anni nella ricerca della verità sulla scomparsa della sorella. Proprio grazie al rapporto nato durante la realizzazione della serie, Saurino ha scelto di rimanere vicino alla famiglia Claps e di sostenere attivamente questa causa. L’attore ha partecipato agli eventi legati al progetto e ha preso parte alla missione a Goma insieme a Gildo Claps e ai volontari del VIS, entrando direttamente in contatto con la realtà dell’ambulatorio e delle comunità assistite. L’iniziativa ha permesso di potenziare i servizi sanitari del dispensario medico del Centro Don Bosco Ngangi, una struttura che offre cure, farmaci e assistenza a bambini, famiglie e persone costrette a vivere in condizioni di grande fragilità a causa della crisi nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Così, da una storia segnata dal dolore nasce un luogo dedicato alla cura: il sogno di Elisa di aiutare gli altri continua a vivere migliaia di chilometri lontano da casa, attraverso medici, volontari e persone che ogni giorno scelgono di prendersi cura del prossimo.

La storia di Elisa Claps, una giovane ragazza di Potenza che sognava di diventare medico e dedicare la propria vita agli ultimi, oggi continua attraverso un progetto di solidarietà che ha raggiunto Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. A rendere possibile questo ponte tra Italia e Africa è il progetto “Il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa”, nato dalla volontà della famiglia Claps e realizzato con il supporto del VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza sanitaria del Centro Don Bosco Ngangi di Goma. Al centro di questa iniziativa c’è anche Gianmarco Saurino, l’attore che nella fiction Rai “Per Elisa – Il caso Claps”ha interpretato proprio Gildo Claps, il fratello di Elisa impegnato per anni nella ricerca della verità sulla scomparsa della sorella. Proprio grazie al rapporto nato durante la realizzazione della serie, Saurino ha scelto di rimanere vicino alla famiglia Claps e di sostenere attivamente questa causa. L’attore ha partecipato agli eventi legati al progetto e ha preso parte alla missione a Goma insieme a Gildo Claps e ai volontari del VIS, entrando direttamente in contatto con la realtà dell’ambulatorio e delle comunità assistite. L’iniziativa ha permesso di potenziare i servizi sanitari del dispensario medico del Centro Don Bosco Ngangi, una struttura che offre cure, farmaci e assistenza a bambini, famiglie e persone costrette a vivere in condizioni di grande fragilità a causa della crisi nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Così, da una storia segnata dal dolore nasce un luogo dedicato alla cura: il sogno di Elisa di aiutare gli altri continua a vivere migliaia di chilometri lontano da casa, attraverso medici, volontari e persone che ogni giorno scelgono di prendersi cura del prossimo.

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Dalle foglie morte nasce una nuova plastica sostenibile


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Ogni anno milioni di foglie cadono dagli alberi e vengono considerate un semplice rifiuto da smaltire.
Ma un gruppo di ricercatori sudcoreani ha dimostrato che possono diventare una risorsa per combattere uno dei grandi problemi ambientali: l’inquinamento da plastica. Lo studio è stato realizzato da un team del Korea Advanced Institute of Science and Technology (KAIST) guidato dal professor Jaewook Myung, del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale, insieme ai ricercatori Pham Thanh Trung Ninh, Shinhyeong Choe, Yongjun Cho e Hoseong Moon. Gli scienziati hanno sviluppato una pellicola agricola biodegradabile utilizzando le fibre naturali presenti nelle foglie cadute, in particolare nanofibre di lignocellulosa, un componente strutturale delle piante. Il materiale potrebbe sostituire alcuni teli plastici utilizzati in agricoltura per mantenere l’umidità del terreno, limitare la crescita delle erbe infestanti e proteggere le coltivazioni. Il problema dei tradizionali film agricoli in plastica è che spesso rimangono nei terreni sotto forma di residui difficili da eliminare, contribuendo all’accumulo di microplastiche. Nei test condotti dai ricercatori, il nuovo materiale ha mostrato capacità di degradarsi nel suolo senza effetti negativi sulla crescita delle piante analizzate. Dopo 115 giorni di sperimentazione è stata registrata una degradazione di circa il 34%. La ricerca apre quindi una nuova strada: trasformare uno scarto naturale abbondante in un materiale utile, riducendo il consumo di plastica e favorendo un modello di economia circolare.

Ogni anno milioni di foglie cadono dagli alberi e vengono considerate un semplice rifiuto da smaltire.
Ma un gruppo di ricercatori sudcoreani ha dimostrato che possono diventare una risorsa per combattere uno dei grandi problemi ambientali: l’inquinamento da plastica. Lo studio è stato realizzato da un team del Korea Advanced Institute of Science and Technology (KAIST) guidato dal professor Jaewook Myung, del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale, insieme ai ricercatori Pham Thanh Trung Ninh, Shinhyeong Choe, Yongjun Cho e Hoseong Moon. Gli scienziati hanno sviluppato una pellicola agricola biodegradabile utilizzando le fibre naturali presenti nelle foglie cadute, in particolare nanofibre di lignocellulosa, un componente strutturale delle piante. Il materiale potrebbe sostituire alcuni teli plastici utilizzati in agricoltura per mantenere l’umidità del terreno, limitare la crescita delle erbe infestanti e proteggere le coltivazioni. Il problema dei tradizionali film agricoli in plastica è che spesso rimangono nei terreni sotto forma di residui difficili da eliminare, contribuendo all’accumulo di microplastiche. Nei test condotti dai ricercatori, il nuovo materiale ha mostrato capacità di degradarsi nel suolo senza effetti negativi sulla crescita delle piante analizzate. Dopo 115 giorni di sperimentazione è stata registrata una degradazione di circa il 34%. La ricerca apre quindi una nuova strada: trasformare uno scarto naturale abbondante in un materiale utile, riducendo il consumo di plastica e favorendo un modello di economia circolare.

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Dopo tanti rifiuti aprono una pizzeria e assumono persone con disabilità


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Per anni si sono sentiti dire che trovare un lavoro sarebbe stato quasi impossibile. Invece quattro giovani argentini con sindrome di Down hanno deciso di rispondere ai pregiudizi con i fatti. Così è nato Los Perejiles, un progetto avviato a Buenos Aires da Mateo, Leandro, Franco e Mauricio, trasformato nel tempo in un'attività di catering specializzata nella preparazione di pizze. L'obiettivo non era soltanto costruire un futuro per loro stessi, ma creare nuove opportunità anche per altre persone con disabilità intellettive. Oggi il progetto coinvolge numerosi collaboratori e rappresenta un esempio di inclusione sociale e lavorativa riconosciuto anche a livello internazionale. La loro storia dimostra che il vero limite non è la disabilità, ma i pregiudizi che ancora esistono nel mondo del lavoro. E che, quando vengono offerte le stesse opportunità, talento, impegno e passione possono trasformare un sogno in una realtà capace di cambiare la vita di molte altre persone.

Per anni si sono sentiti dire che trovare un lavoro sarebbe stato quasi impossibile. Invece quattro giovani argentini con sindrome di Down hanno deciso di rispondere ai pregiudizi con i fatti. Così è nato Los Perejiles, un progetto avviato a Buenos Aires da Mateo, Leandro, Franco e Mauricio, trasformato nel tempo in un'attività di catering specializzata nella preparazione di pizze. L'obiettivo non era soltanto costruire un futuro per loro stessi, ma creare nuove opportunità anche per altre persone con disabilità intellettive. Oggi il progetto coinvolge numerosi collaboratori e rappresenta un esempio di inclusione sociale e lavorativa riconosciuto anche a livello internazionale. La loro storia dimostra che il vero limite non è la disabilità, ma i pregiudizi che ancora esistono nel mondo del lavoro. E che, quando vengono offerte le stesse opportunità, talento, impegno e passione possono trasformare un sogno in una realtà capace di cambiare la vita di molte altre persone.

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A 10 anni ha deciso di regalare un sorriso ai bambini malati di cancro


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Ci sono gesti che non hanno bisogno di grandi parole per lasciare il segno. È il caso di Jamie Burke, un bambino irlandese di appena dieci anni che ha deciso di far crescere i capelli per oltre due anni con un obiettivo preciso: donarli ai bambini che li hanno persi durante le cure contro il cancro. Alla fine ha tagliato circa 30 centimetri di capelli, consegnandoli alla Little Princess Trust, organizzazione che realizza gratuitamente parrucche in capelli veri per bambini e ragazzi fino ai 24 anni affetti da tumori o altre patologie. Ma Jamie non si è fermato qui. Grazie all'iniziativa The Big Brave Cut, ha raccolto anche oltre 2.000 euro destinati al futuro Sunflower Children's Hospice, il primo hospice pediatrico dell'Irlanda occidentale. Un esempio straordinario di sensibilità e altruismo che dimostra come non esista un'età minima per fare la differenza nella vita degli altri.

Ci sono gesti che non hanno bisogno di grandi parole per lasciare il segno. È il caso di Jamie Burke, un bambino irlandese di appena dieci anni che ha deciso di far crescere i capelli per oltre due anni con un obiettivo preciso: donarli ai bambini che li hanno persi durante le cure contro il cancro. Alla fine ha tagliato circa 30 centimetri di capelli, consegnandoli alla Little Princess Trust, organizzazione che realizza gratuitamente parrucche in capelli veri per bambini e ragazzi fino ai 24 anni affetti da tumori o altre patologie. Ma Jamie non si è fermato qui. Grazie all'iniziativa The Big Brave Cut, ha raccolto anche oltre 2.000 euro destinati al futuro Sunflower Children's Hospice, il primo hospice pediatrico dell'Irlanda occidentale. Un esempio straordinario di sensibilità e altruismo che dimostra come non esista un'età minima per fare la differenza nella vita degli altri.

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Una vittoria in tribunale diventata un gesto di solidarietà


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Dopo la lunga battaglia giudiziaria con l'ex moglie Amber Heard, Johnny Depp ha deciso di dare un significato diverso alla conclusione della vicenda. Nel dicembre 2022, in seguito all'accordo che ha chiuso definitivamente la causa per diffamazione, l'attore ha annunciato che avrebbe devoluto l'intero milione di dollari ricevuto in beneficenza. La somma è stata destinata a cinque organizzazioni impegnate in ambiti diversi: dall'assistenza sanitaria infantile alla tutela dei bambini, fino alla protezione dell'ambiente. Tra queste figurano Make-A-Film Foundation, The Painted Turtle, Red Feather, Amazonia Fund Alliance e Tetiaroa Society. Un gesto che ha spostato l'attenzione dalle aule di tribunale alla solidarietà, trasformando un risarcimento economico in un aiuto concreto per chi opera ogni giorno a favore delle persone più fragili e della salvaguardia del pianeta. Una scelta che ha dimostrato come anche una vicenda molto controversa possa concludersi lasciando spazio a un messaggio positivo.

Dopo la lunga battaglia giudiziaria con l'ex moglie Amber Heard, Johnny Depp ha deciso di dare un significato diverso alla conclusione della vicenda. Nel dicembre 2022, in seguito all'accordo che ha chiuso definitivamente la causa per diffamazione, l'attore ha annunciato che avrebbe devoluto l'intero milione di dollari ricevuto in beneficenza. La somma è stata destinata a cinque organizzazioni impegnate in ambiti diversi: dall'assistenza sanitaria infantile alla tutela dei bambini, fino alla protezione dell'ambiente. Tra queste figurano Make-A-Film Foundation, The Painted Turtle, Red Feather, Amazonia Fund Alliance e Tetiaroa Society. Un gesto che ha spostato l'attenzione dalle aule di tribunale alla solidarietà, trasformando un risarcimento economico in un aiuto concreto per chi opera ogni giorno a favore delle persone più fragili e della salvaguardia del pianeta. Una scelta che ha dimostrato come anche una vicenda molto controversa possa concludersi lasciando spazio a un messaggio positivo.

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La donna che sta ridando vita ai coralli del Kenya


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Le barriere coralline sono tra gli ecosistemi più preziosi del pianeta, ma anche tra i più minacciati dai cambiamenti climatici, dall'inquinamento e dall'aumento della temperatura del mare. Per questo il lavoro di Mwanasha Mbwana, conservazionista marina del Kenya, è diventato un simbolo di speranza. Ogni settimana si immerge nelle acque dell'Oceano Indiano per monitorare e ripristinare i coralli danneggiati. Attraverso vivai sottomarini, i piccoli frammenti di corallo vengono coltivati fino a quando sono abbastanza forti da essere trapiantati sulle barriere degradate. Un lavoro paziente che richiede mesi, ma che permette di ricostruire habitat fondamentali per migliaia di specie marine. Le barriere coralline, infatti, pur occupando meno dell'1% dei fondali oceanici, ospitano circa il 25% della biodiversità marina e rappresentano una risorsa essenziale anche per le comunità costiere che vivono di pesca e turismo. Grazie all'impegno di persone come Mwanasha, la tutela dell'ambiente non resta solo un ideale, ma diventa un gesto concreto che ogni immersione contribuisce a trasformare in futuro.

Le barriere coralline sono tra gli ecosistemi più preziosi del pianeta, ma anche tra i più minacciati dai cambiamenti climatici, dall'inquinamento e dall'aumento della temperatura del mare. Per questo il lavoro di Mwanasha Mbwana, conservazionista marina del Kenya, è diventato un simbolo di speranza. Ogni settimana si immerge nelle acque dell'Oceano Indiano per monitorare e ripristinare i coralli danneggiati. Attraverso vivai sottomarini, i piccoli frammenti di corallo vengono coltivati fino a quando sono abbastanza forti da essere trapiantati sulle barriere degradate. Un lavoro paziente che richiede mesi, ma che permette di ricostruire habitat fondamentali per migliaia di specie marine. Le barriere coralline, infatti, pur occupando meno dell'1% dei fondali oceanici, ospitano circa il 25% della biodiversità marina e rappresentano una risorsa essenziale anche per le comunità costiere che vivono di pesca e turismo. Grazie all'impegno di persone come Mwanasha, la tutela dell'ambiente non resta solo un ideale, ma diventa un gesto concreto che ogni immersione contribuisce a trasformare in futuro.

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I numerosi benefici delle barriere coralline


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Colorate, spettacolari e ricche di vita: le barriere coralline sono tra gli ecosistemi più affascinanti del nostro pianeta. Durante l'estate se ne parla spesso, soprattutto per ricordare quanto siano fragili e quanto le nostre scelte quotidiane – come utilizzare creme solari più rispettose dell'ambiente marino – possano contribuire alla loro tutela. Ma che cosa sono realmente le barriere coralline? E perché sono così preziose? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono semplici rocce. Le barriere coralline sono imponenti strutture calcaree costruite dagli scheletri dei coralli. Intorno a queste straordinarie architetture naturali si sviluppa un mondo brulicante di vita: pesci dai colori vivaci, molluschi, crostacei, spugne, alghe e moltissimi altri organismi trovano qui nutrimento, rifugio e un luogo dove riprodursi. La loro importanza va ben oltre la loro bellezza. Le barriere coralline rappresentano una vera difesa naturale per le coste, perché attenuano la forza delle onde. Sono inoltre fondamentali per la biodiversità marina e sostengono la pesca, da cui dipende il sostentamento di milioni di persone in tutto il mondo. Ma i loro benefici non finiscono qui. Gli organismi che popolano le barriere coralline sono oggetto di continue ricerche scientifiche: alcune sostanze da essi prodotte hanno già dato origine a cure per diverse malattie. Proteggere le barriere coralline significa custodire un patrimonio naturale unico, da cui dipendono la salute degli oceani, la sopravvivenza di innumerevoli specie e, in parte, anche il nostro futuro.

Colorate, spettacolari e ricche di vita: le barriere coralline sono tra gli ecosistemi più affascinanti del nostro pianeta. Durante l'estate se ne parla spesso, soprattutto per ricordare quanto siano fragili e quanto le nostre scelte quotidiane – come utilizzare creme solari più rispettose dell'ambiente marino – possano contribuire alla loro tutela. Ma che cosa sono realmente le barriere coralline? E perché sono così preziose? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono semplici rocce. Le barriere coralline sono imponenti strutture calcaree costruite dagli scheletri dei coralli. Intorno a queste straordinarie architetture naturali si sviluppa un mondo brulicante di vita: pesci dai colori vivaci, molluschi, crostacei, spugne, alghe e moltissimi altri organismi trovano qui nutrimento, rifugio e un luogo dove riprodursi. La loro importanza va ben oltre la loro bellezza. Le barriere coralline rappresentano una vera difesa naturale per le coste, perché attenuano la forza delle onde. Sono inoltre fondamentali per la biodiversità marina e sostengono la pesca, da cui dipende il sostentamento di milioni di persone in tutto il mondo. Ma i loro benefici non finiscono qui. Gli organismi che popolano le barriere coralline sono oggetto di continue ricerche scientifiche: alcune sostanze da essi prodotte hanno già dato origine a cure per diverse malattie. Proteggere le barriere coralline significa custodire un patrimonio naturale unico, da cui dipendono la salute degli oceani, la sopravvivenza di innumerevoli specie e, in parte, anche il nostro futuro.

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Difendersi dal sole... naturalmente!


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Le creme solari sono indispensabili, ma ammettiamolo: sono anche un impiccio per tutti. Bisogna applicarle con attenzione su tutto il corpo, senza dimenticare nemmeno un piccolo punto per evitare scottature, riapplicarle ogni due ore e dopo ogni bagno, facendo anche i conti con la sabbia che si attacca alla pelle. E, come se non bastasse, scegliere quella giusta non è sempre semplice. Non tutte le protezioni solari sono uguali. Alcune contengono ingredienti che, una volta dispersi in mare, possono avere un impatto negativo sugli ecosistemi marini. Per questo è importante scegliere con consapevolezza ciò che applichiamo sulla nostra pelle. Molte creme solari utilizzano filtri di tipo chimico, efficaci nel proteggerci dai raggi ultravioletti, ma alcuni di questi ingredienti possono causare danni all'ambiente marino. Le creme solari con filtri fisici (o minerali) rappresentano una scelta più rispettosa dell'ambiente marino. Grazie alla loro formulazione, contribuiscono a preservare l'equilibrio degli ecosistemi acquatici e a proteggere la biodiversità. 1. Aiutano a salvaguardare le barriere coralline, senza favorire fenomeni di sbiancamento (coral bleaching), essenziali per la vita di migliaia di specie marine. 2. Rispettano l'equilibrio biologico degli organismi marini, evitando sostanze che possono interferire con i delicati sistemi endocrini e riproduttivi. 3. Proteggono la fauna acquatica, contribuendo a ridurre l'esposizione di coralli, pesci e altri organismi a ingredienti potenzialmente dannosi. 4. Favoriscono il mantenimento della fotosintesi marina, preservando la trasparenza dell'acqua e consentendo alla luce di raggiungere gli organismi fotosintetici, fondamentali per la salute e l'equilibrio degli ecosistemi. Scegliere una crema solare con filtri fisici significa proteggere la propria pelle prendendosi cura anche del mare e delle sue straordinarie forme di vita.

Le creme solari sono indispensabili, ma ammettiamolo: sono anche un impiccio per tutti. Bisogna applicarle con attenzione su tutto il corpo, senza dimenticare nemmeno un piccolo punto per evitare scottature, riapplicarle ogni due ore e dopo ogni bagno, facendo anche i conti con la sabbia che si attacca alla pelle. E, come se non bastasse, scegliere quella giusta non è sempre semplice. Non tutte le protezioni solari sono uguali. Alcune contengono ingredienti che, una volta dispersi in mare, possono avere un impatto negativo sugli ecosistemi marini. Per questo è importante scegliere con consapevolezza ciò che applichiamo sulla nostra pelle. Molte creme solari utilizzano filtri di tipo chimico, efficaci nel proteggerci dai raggi ultravioletti, ma alcuni di questi ingredienti possono causare danni all'ambiente marino. Le creme solari con filtri fisici (o minerali) rappresentano una scelta più rispettosa dell'ambiente marino. Grazie alla loro formulazione, contribuiscono a preservare l'equilibrio degli ecosistemi acquatici e a proteggere la biodiversità. 1. Aiutano a salvaguardare le barriere coralline, senza favorire fenomeni di sbiancamento (coral bleaching), essenziali per la vita di migliaia di specie marine. 2. Rispettano l'equilibrio biologico degli organismi marini, evitando sostanze che possono interferire con i delicati sistemi endocrini e riproduttivi. 3. Proteggono la fauna acquatica, contribuendo a ridurre l'esposizione di coralli, pesci e altri organismi a ingredienti potenzialmente dannosi. 4. Favoriscono il mantenimento della fotosintesi marina, preservando la trasparenza dell'acqua e consentendo alla luce di raggiungere gli organismi fotosintetici, fondamentali per la salute e l'equilibrio degli ecosistemi. Scegliere una crema solare con filtri fisici significa proteggere la propria pelle prendendosi cura anche del mare e delle sue straordinarie forme di vita.

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Quando il pranzo a scuola diventa un diritto da proteggere


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Negli Stati Uniti il problema del “school lunch debt”, cioè il debito accumulato dalle famiglie per i pasti scolastici, è una realtà diffusa e spesso invisibile. Molti distretti scolastici tengono registri dei debiti e in alcuni casi le famiglie possono subire restrizioni nell’accesso ai pasti. Per questo motivo sono nate numerose iniziative di solidarietà che mirano a cancellare questi debiti. Fondazioni, donatori privati e talvolta anche celebrità hanno contribuito a pagare arretrati nelle scuole locali. L’obiettivo è garantire che nessun bambino venga escluso dal pasto per motivi economici. Alcuni stati americani hanno iniziato a introdurre programmi di “free school meals” per ridurre il problema alla radice. Le campagne di sensibilizzazione hanno portato l’attenzione sul tema della povertà infantile. Anche se non sempre legate a singoli nomi famosi, queste iniziative hanno un impatto concreto sulle comunità. Il gesto della cancellazione dei debiti ha anche un forte valore simbolico. Aiuta a ridurre lo stigma sociale legato alle difficoltà economiche. Le scuole diventano così luoghi più equi e inclusivi. Il dibattito politico negli USA è ancora aperto su come finanziare questi programmi. Tuttavia, il movimento per garantire pasti gratuiti è in crescita. L’accesso al cibo viene sempre più considerato parte del diritto all’istruzione. È un esempio di solidarietà sistemica più che individuale.

Negli Stati Uniti il problema del “school lunch debt”, cioè il debito accumulato dalle famiglie per i pasti scolastici, è una realtà diffusa e spesso invisibile. Molti distretti scolastici tengono registri dei debiti e in alcuni casi le famiglie possono subire restrizioni nell’accesso ai pasti. Per questo motivo sono nate numerose iniziative di solidarietà che mirano a cancellare questi debiti. Fondazioni, donatori privati e talvolta anche celebrità hanno contribuito a pagare arretrati nelle scuole locali. L’obiettivo è garantire che nessun bambino venga escluso dal pasto per motivi economici. Alcuni stati americani hanno iniziato a introdurre programmi di “free school meals” per ridurre il problema alla radice. Le campagne di sensibilizzazione hanno portato l’attenzione sul tema della povertà infantile. Anche se non sempre legate a singoli nomi famosi, queste iniziative hanno un impatto concreto sulle comunità. Il gesto della cancellazione dei debiti ha anche un forte valore simbolico. Aiuta a ridurre lo stigma sociale legato alle difficoltà economiche. Le scuole diventano così luoghi più equi e inclusivi. Il dibattito politico negli USA è ancora aperto su come finanziare questi programmi. Tuttavia, il movimento per garantire pasti gratuiti è in crescita. L’accesso al cibo viene sempre più considerato parte del diritto all’istruzione. È un esempio di solidarietà sistemica più che individuale.

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Piantare alberi dal cielo, la tecnologia che aiuta le foreste


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La startup Flash Forest sta sviluppando un sistema innovativo per la riforestazione basato sull’uso di droni e intelligenza artificiale. L’obiettivo è accelerare il ripristino delle foreste in aree danneggiate da incendi o deforestazione. I droni rilasciano capsule contenenti semi e nutrienti, posizionandoli in modo strategico sul territorio. L’AI aiuta a selezionare le specie più adatte in base alle condizioni del suolo. Questo approccio permette di intervenire rapidamente su grandi superfici. Non si tratta di sostituire il lavoro umano, ma di integrarlo in contesti difficili da raggiungere. La riforestazione è una delle strategie più importanti per contrastare il cambiamento climatico. La tecnologia consente di rendere più efficaci gli interventi ambientali. Il progetto è stato testato in diverse aree del Canada. L’efficienza dichiarata varia in base alle condizioni operative. L’innovazione sta nel combinare biologia e sistemi digitali. Le foreste così ripristinate contribuiscono alla riduzione della CO₂. Il modello è ancora in fase di sviluppo ma promettente. L’uso dei droni apre nuove possibilità nella gestione ambientale. È un esempio di come la tecnologia possa supportare la natura.

La startup Flash Forest sta sviluppando un sistema innovativo per la riforestazione basato sull’uso di droni e intelligenza artificiale. L’obiettivo è accelerare il ripristino delle foreste in aree danneggiate da incendi o deforestazione. I droni rilasciano capsule contenenti semi e nutrienti, posizionandoli in modo strategico sul territorio. L’AI aiuta a selezionare le specie più adatte in base alle condizioni del suolo. Questo approccio permette di intervenire rapidamente su grandi superfici. Non si tratta di sostituire il lavoro umano, ma di integrarlo in contesti difficili da raggiungere. La riforestazione è una delle strategie più importanti per contrastare il cambiamento climatico. La tecnologia consente di rendere più efficaci gli interventi ambientali. Il progetto è stato testato in diverse aree del Canada. L’efficienza dichiarata varia in base alle condizioni operative. L’innovazione sta nel combinare biologia e sistemi digitali. Le foreste così ripristinate contribuiscono alla riduzione della CO₂. Il modello è ancora in fase di sviluppo ma promettente. L’uso dei droni apre nuove possibilità nella gestione ambientale. È un esempio di come la tecnologia possa supportare la natura.

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Ridurre lo spreco, aumentare il valore del cibo


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La catena Makro opera in diversi paesi e partecipa a iniziative per la riduzione dello spreco alimentare, un tema centrale nella sostenibilità globale. Nei supermercati moderni vengono adottati sistemi di etichettatura che indicano freschezza e maturazione dei prodotti. Questo consente una gestione più efficiente delle scadenze e una riduzione significativa del cibo buttato. Le strategie includono anche sconti dinamici e ottimizzazione delle scorte. Il food waste rappresenta uno dei principali problemi ambientali a livello mondiale. Ridurlo significa anche diminuire le emissioni legate alla produzione e al trasporto degli alimenti. In America Latina, queste pratiche stanno diventando sempre più diffuse. La tecnologia gioca un ruolo importante nella gestione intelligente dei prodotti. Tuttavia, alcune cifre diffuse online potrebbero essere semplificate o riferite a singole realtà locali. Il principio generale resta comunque valido e applicato. Le aziende stanno cercando di rendere la distribuzione alimentare più sostenibile. Anche i consumatori hanno un ruolo fondamentale in questo cambiamento. Le etichette aiutano a prendere decisioni più consapevoli. La lotta allo spreco alimentare è oggi una priorità globale. È un esempio concreto di economia circolare applicata alla vita quotidiana.

La catena Makro opera in diversi paesi e partecipa a iniziative per la riduzione dello spreco alimentare, un tema centrale nella sostenibilità globale. Nei supermercati moderni vengono adottati sistemi di etichettatura che indicano freschezza e maturazione dei prodotti. Questo consente una gestione più efficiente delle scadenze e una riduzione significativa del cibo buttato. Le strategie includono anche sconti dinamici e ottimizzazione delle scorte. Il food waste rappresenta uno dei principali problemi ambientali a livello mondiale. Ridurlo significa anche diminuire le emissioni legate alla produzione e al trasporto degli alimenti. In America Latina, queste pratiche stanno diventando sempre più diffuse. La tecnologia gioca un ruolo importante nella gestione intelligente dei prodotti. Tuttavia, alcune cifre diffuse online potrebbero essere semplificate o riferite a singole realtà locali. Il principio generale resta comunque valido e applicato. Le aziende stanno cercando di rendere la distribuzione alimentare più sostenibile. Anche i consumatori hanno un ruolo fondamentale in questo cambiamento. Le etichette aiutano a prendere decisioni più consapevoli. La lotta allo spreco alimentare è oggi una priorità globale. È un esempio concreto di economia circolare applicata alla vita quotidiana.

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Quando i giocattoli diventano specchio della società


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Negli ultimi anni molte aziende di giocattoli hanno introdotto bambole con caratteristiche fisiche diverse per promuovere inclusione e rappresentazione. Questo movimento non nasce da un singolo inventore, ma da una tendenza globale verso una maggiore diversità nei prodotti per bambini. Brand internazionali hanno creato bambole con differenti tonalità di pelle, disabilità, e condizioni come la vitiligine. L’obiettivo è permettere ai bambini di riconoscersi nei giochi e sviluppare un’immagine positiva di sé. La vitiligine, in particolare, è diventata simbolo di campagne contro lo stigma estetico. Anche organizzazioni e associazioni mediche sostengono iniziative di sensibilizzazione su questa condizione. Il gioco viene così utilizzato come strumento educativo e sociale. In molti casi, queste linee di prodotti sono nate dopo richieste delle famiglie e delle comunità. La rappresentazione inclusiva aiuta a ridurre pregiudizi fin dall’infanzia. Non si tratta solo di estetica, ma di cultura e accettazione. Le scuole e i contesti educativi stanno integrando questi temi nelle attività formative. Il mercato dei giocattoli sta quindi evolvendo verso una maggiore responsabilità sociale. L’inclusione diventa parte del linguaggio quotidiano dei bambini. È un cambiamento graduale ma significativo. Il valore educativo di questi prodotti è ormai riconosciuto a livello internazionale.

Negli ultimi anni molte aziende di giocattoli hanno introdotto bambole con caratteristiche fisiche diverse per promuovere inclusione e rappresentazione. Questo movimento non nasce da un singolo inventore, ma da una tendenza globale verso una maggiore diversità nei prodotti per bambini. Brand internazionali hanno creato bambole con differenti tonalità di pelle, disabilità, e condizioni come la vitiligine. L’obiettivo è permettere ai bambini di riconoscersi nei giochi e sviluppare un’immagine positiva di sé. La vitiligine, in particolare, è diventata simbolo di campagne contro lo stigma estetico. Anche organizzazioni e associazioni mediche sostengono iniziative di sensibilizzazione su questa condizione. Il gioco viene così utilizzato come strumento educativo e sociale. In molti casi, queste linee di prodotti sono nate dopo richieste delle famiglie e delle comunità. La rappresentazione inclusiva aiuta a ridurre pregiudizi fin dall’infanzia. Non si tratta solo di estetica, ma di cultura e accettazione. Le scuole e i contesti educativi stanno integrando questi temi nelle attività formative. Il mercato dei giocattoli sta quindi evolvendo verso una maggiore responsabilità sociale. L’inclusione diventa parte del linguaggio quotidiano dei bambini. È un cambiamento graduale ma significativo. Il valore educativo di questi prodotti è ormai riconosciuto a livello internazionale.

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