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Aosta in prima fila nella ricerca per le cure a lesioni del midollo spinale


Wings for Life World Run porta in Italia l'evento di corsa benefica

Wings for Life sostiene la ricerca all'avanguardia in tutto il mondo per trovare una cura per le lesioni del midollo spinale. Una corsa unica nel suo genere per tutti, sia runner che partecipanti in carrozzina. Invece del traguardo, tutti i partecipanti correranno insieme per tenere testa alla Catcher Car virtuale. Ora per l'undicesimo anno, il 4 maggio 2025 i partecipanti della Wings for Life World Run a Italia potranno correre insieme a Aosta. La nuova edizione è stata possibile grazie all’iniziativa di Samuele Buffa e Leonardo Lotto. Quest’ultimo è un giovane valdostano rimasto paralizzato in seguito a un incidente in Australia nel 2023 e oggi è impegnato attivamente nella sensibilizzazione sul tema delle lesioni al midollo spinale.

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Wings for Life World Run porta in Italia l'evento di corsa benefica Wings for Life sostiene la ricerca all'avanguardia in tutto il mondo per trovare una cura per le lesioni del midollo spinale. Una corsa unica nel suo genere per tutti, sia runner che partecipanti in carrozzina. Invece del traguardo, tutti i partecipanti correranno insieme per tenere testa alla Catcher Car virtuale. Ora per l'undicesimo anno, il 4 maggio 2025 i partecipanti della Wings for Life World Run a Italia potranno correre insieme a Aosta. La nuova edizione è stata possibile grazie all’iniziativa di Samuele Buffa e Leonardo Lotto. Quest’ultimo è un giovane valdostano rimasto paralizzato in seguito a un incidente in Australia nel 2023 e oggi è impegnato attivamente nella sensibilizzazione sul tema delle lesioni al midollo spinale.

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Il Ruanda riduce la plastica monouso


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Il Ruanda è diventato un punto di riferimento africano nella lotta all’inquinamento da plastica. Nel 2008 il Paese ha vietato la produzione, l’importazione e l’utilizzo dei sacchetti in polietilene. Nel 2019 il divieto è stato esteso a numerosi prodotti e imballaggi di plastica monouso. Controlli rigorosi e sanzioni hanno contribuito a ridurre fortemente la presenza di rifiuti nelle strade. I risultati sono particolarmente visibili nella capitale Kigali. La città viene frequentemente indicata come una delle realtà urbane più pulite del continente africano. Alla base di questo risultato non ci sono però soltanto le leggi. Un ruolo fondamentale è svolto dall’“Umuganda”, il programma nazionale di lavoro comunitario. L’ultimo sabato di ogni mese i cittadini partecipano alla pulizia e alla cura degli spazi comuni. Le attività comprendono la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e la realizzazione di opere utili alla comunità. A Kigali la raccolta domestica viene inoltre gestita da aziende specializzate e sostenuta economicamente dalle famiglie. Il modello ruandese unisce quindi norme, controlli, organizzazione e partecipazione collettiva. Un sistema che ha trasformato la pulizia degli spazi pubblici in una responsabilità condivisa. Restano ancora difficoltà nella gestione, nel recupero e nel riciclo di tutte le tipologie di rifiuti. L’esperienza di Kigali dimostra però quanto le scelte politiche possano funzionare quando vengono sostenute dall’intera comunità.

Il Ruanda è diventato un punto di riferimento africano nella lotta all’inquinamento da plastica. Nel 2008 il Paese ha vietato la produzione, l’importazione e l’utilizzo dei sacchetti in polietilene. Nel 2019 il divieto è stato esteso a numerosi prodotti e imballaggi di plastica monouso. Controlli rigorosi e sanzioni hanno contribuito a ridurre fortemente la presenza di rifiuti nelle strade. I risultati sono particolarmente visibili nella capitale Kigali. La città viene frequentemente indicata come una delle realtà urbane più pulite del continente africano. Alla base di questo risultato non ci sono però soltanto le leggi. Un ruolo fondamentale è svolto dall’“Umuganda”, il programma nazionale di lavoro comunitario. L’ultimo sabato di ogni mese i cittadini partecipano alla pulizia e alla cura degli spazi comuni. Le attività comprendono la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e la realizzazione di opere utili alla comunità. A Kigali la raccolta domestica viene inoltre gestita da aziende specializzate e sostenuta economicamente dalle famiglie. Il modello ruandese unisce quindi norme, controlli, organizzazione e partecipazione collettiva. Un sistema che ha trasformato la pulizia degli spazi pubblici in una responsabilità condivisa. Restano ancora difficoltà nella gestione, nel recupero e nel riciclo di tutte le tipologie di rifiuti. L’esperienza di Kigali dimostra però quanto le scelte politiche possano funzionare quando vengono sostenute dall’intera comunità.

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Novantasei case per ricominciare


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A Fredericton, in Canada, 96 piccole abitazioni stanno offrendo una nuova possibilità a chi ha vissuto senza una casa. È il progetto “12 Neighbours”, nato su iniziativa dell’imprenditore Marcel LeBrun.
La comunità è stata completata nel 2024 e accoglie oggi più di 90 persone. Ogni abitazione dispone di cucina, bagno, zona giorno e uno spazio esterno privato. L’affitto non supera il 30 per cento del reddito del residente. L’obiettivo non è però fornire soltanto un tetto. Il progetto segue un modello che mette al centro la stabilità, la dignità e l’inclusione nella comunità. Una casa permanente diventa così il primo passo per ricostruire la propria autonomia. Nel quartiere sono presenti anche spazi dedicati alla formazione e alle attività lavorative. Il centro sociale comprende un bar, un negozio e laboratori nei quali i residenti possono trovare nuove opportunità. LeBrun ha avviato il progetto attraverso un’organizzazione senza scopo di lucro. Al finanziamento iniziale della sua fondazione familiare si è aggiunto il sostegno delle istituzioni canadesi. Le 96 abitazioni sono state costruite tra il 2021 e il 2024. Il risultato è una comunità pensata per andare oltre le soluzioni temporanee all’emergenza abitativa.Un esempio di come solidarietà e progettazione possano restituire stabilità e speranza.

A Fredericton, in Canada, 96 piccole abitazioni stanno offrendo una nuova possibilità a chi ha vissuto senza una casa. È il progetto “12 Neighbours”, nato su iniziativa dell’imprenditore Marcel LeBrun.
La comunità è stata completata nel 2024 e accoglie oggi più di 90 persone. Ogni abitazione dispone di cucina, bagno, zona giorno e uno spazio esterno privato. L’affitto non supera il 30 per cento del reddito del residente. L’obiettivo non è però fornire soltanto un tetto. Il progetto segue un modello che mette al centro la stabilità, la dignità e l’inclusione nella comunità. Una casa permanente diventa così il primo passo per ricostruire la propria autonomia. Nel quartiere sono presenti anche spazi dedicati alla formazione e alle attività lavorative. Il centro sociale comprende un bar, un negozio e laboratori nei quali i residenti possono trovare nuove opportunità. LeBrun ha avviato il progetto attraverso un’organizzazione senza scopo di lucro. Al finanziamento iniziale della sua fondazione familiare si è aggiunto il sostegno delle istituzioni canadesi. Le 96 abitazioni sono state costruite tra il 2021 e il 2024. Il risultato è una comunità pensata per andare oltre le soluzioni temporanee all’emergenza abitativa.Un esempio di come solidarietà e progettazione possano restituire stabilità e speranza.

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La Cina pianta una muraglia verde


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Da quasi mezzo secolo la Cina porta avanti uno dei più grandi programmi di forestazione mai realizzati. Secondo i dati ufficiali, tra il 1982 e il 2021 i cittadini cinesi hanno piantato circa 78 miliardi di alberi. Tra il 2012 e il 2022 gli interventi di forestazione hanno interessato complessivamente 64 milioni di ettari. Il progetto più imponente è il “Three-North Shelterbelt”, conosciuto come la Grande Muraglia Verde. Avviato nel 1978, il programma dovrebbe essere completato nel 2050. L’intervento attraversa le regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Entro il 2020 aveva già interessato e protetto circa 31,7 milioni di ettari. L’obiettivo è contrastare la desertificazione, l’erosione del suolo e l’avanzata delle tempeste di sabbia. I risultati della trasformazione sono stati rilevati anche attraverso immagini satellitari e osservazioni sul campo. Uno studio pubblicato su “Nature Communications” mostra che le foreste piantate sono quasi raddoppiate tra il 1990 e il 2020. La loro estensione è passata da circa 465.000 a oltre 903.000 chilometri quadrati. Questa crescita ha contribuito anche ad aumentare la quantità di carbonio assorbita dalla vegetazione. Piantare alberi, tuttavia, non è sufficiente per garantire il successo di ogni intervento. Nelle zone più aride rimangono problemi legati alla scarsità d’acqua, alle monoculture e alla sopravvivenza delle piante. La sfida è trasformare una quantità enorme di alberi in ecosistemi resistenti, diversificati e duraturi.

Da quasi mezzo secolo la Cina porta avanti uno dei più grandi programmi di forestazione mai realizzati. Secondo i dati ufficiali, tra il 1982 e il 2021 i cittadini cinesi hanno piantato circa 78 miliardi di alberi. Tra il 2012 e il 2022 gli interventi di forestazione hanno interessato complessivamente 64 milioni di ettari. Il progetto più imponente è il “Three-North Shelterbelt”, conosciuto come la Grande Muraglia Verde. Avviato nel 1978, il programma dovrebbe essere completato nel 2050. L’intervento attraversa le regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Entro il 2020 aveva già interessato e protetto circa 31,7 milioni di ettari. L’obiettivo è contrastare la desertificazione, l’erosione del suolo e l’avanzata delle tempeste di sabbia. I risultati della trasformazione sono stati rilevati anche attraverso immagini satellitari e osservazioni sul campo. Uno studio pubblicato su “Nature Communications” mostra che le foreste piantate sono quasi raddoppiate tra il 1990 e il 2020. La loro estensione è passata da circa 465.000 a oltre 903.000 chilometri quadrati. Questa crescita ha contribuito anche ad aumentare la quantità di carbonio assorbita dalla vegetazione. Piantare alberi, tuttavia, non è sufficiente per garantire il successo di ogni intervento. Nelle zone più aride rimangono problemi legati alla scarsità d’acqua, alle monoculture e alla sopravvivenza delle piante. La sfida è trasformare una quantità enorme di alberi in ecosistemi resistenti, diversificati e duraturi.

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Un impegno globale per la fauna migratoria


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Proteggere gli animali migratori significa superare i confini tracciati dall’uomo. È il principio alla base delle nuove decisioni adottate durante la COP15 in Brasile.
I 132 Paesi e l’Unione europea che aderiscono alla Convenzione ONU sulle specie migratorie hanno rafforzato il proprio impegno comune. Le nuove misure riguardano 40 specie e popolazioni animali terrestri, acquatiche e aviarie. Tra quelle maggiormente tutelate figurano il gufo delle nevi, la lontra gigante e la iena striata. Nuove protezioni interessano anche squali martello, uccelli marini e numerose specie costiere. Sono stati inoltre approvati specifici interventi per alcuni cetacei e per le loro rotte migratorie. La Convenzione tutela infatti un patrimonio che comprende balene, tartarughe marine, uccelli e molti altri animali. Nata nel 1979, rappresenta uno dei principali strumenti internazionali per la conservazione della fauna selvatica. Oggi sono più di 1.200 le specie comprese nei suoi programmi di protezione. Molti animali attraversano ogni anno oceani, foreste e continenti per nutrirsi o riprodursi.
La loro sopravvivenza non può quindi dipendere dalle azioni di un solo Stato. Le decisioni adottate puntano a coordinare la protezione degli habitat, la ricerca e il controllo delle minacce. Un impegno che dovrà adesso trasformarsi in interventi concreti lungo le rotte migratorie. Perché la natura non conosce frontiere e la sua tutela è una responsabilità condivisa.

Proteggere gli animali migratori significa superare i confini tracciati dall’uomo. È il principio alla base delle nuove decisioni adottate durante la COP15 in Brasile.
I 132 Paesi e l’Unione europea che aderiscono alla Convenzione ONU sulle specie migratorie hanno rafforzato il proprio impegno comune. Le nuove misure riguardano 40 specie e popolazioni animali terrestri, acquatiche e aviarie. Tra quelle maggiormente tutelate figurano il gufo delle nevi, la lontra gigante e la iena striata. Nuove protezioni interessano anche squali martello, uccelli marini e numerose specie costiere. Sono stati inoltre approvati specifici interventi per alcuni cetacei e per le loro rotte migratorie. La Convenzione tutela infatti un patrimonio che comprende balene, tartarughe marine, uccelli e molti altri animali. Nata nel 1979, rappresenta uno dei principali strumenti internazionali per la conservazione della fauna selvatica. Oggi sono più di 1.200 le specie comprese nei suoi programmi di protezione. Molti animali attraversano ogni anno oceani, foreste e continenti per nutrirsi o riprodursi.
La loro sopravvivenza non può quindi dipendere dalle azioni di un solo Stato. Le decisioni adottate puntano a coordinare la protezione degli habitat, la ricerca e il controllo delle minacce. Un impegno che dovrà adesso trasformarsi in interventi concreti lungo le rotte migratorie. Perché la natura non conosce frontiere e la sua tutela è una responsabilità condivisa.

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Un tatuaggio capace di superare le barriere


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Una tastiera QWERTY tatuata sull’avambraccio per offrire al figlio uno strumento di comunicazione sempre disponibile. È la scelta di Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, un bambino autistico non parlante di 11 anni. Hunter utilizza normalmente un dispositivo di Comunicazione aumentativa e alternativa, attraverso il quale può selezionare parole e simboli. L’idea del tatuaggio è nata durante un pasto al ristorante, quando la batteria del dispositivo si è scaricata improvvisamente. Il bambino ha allora disegnato una tastiera su un tovagliolo e ha indicato le lettere necessarie per comunicare ciò che desiderava ordinare. Da quell’episodio Jessica ha compreso l’importanza di creare uno strumento alternativo e indipendente dalla tecnologia. Sul suo braccio ha fatto riprodurre lettere, simboli per esprimere le emozioni e pulsanti dedicati al “sì”, al “no” e a “ti voglio bene”. Secondo il racconto della madre, la prima parola indicata da Hunter sul tatuaggio è stata “mamma”. La soluzione permette inoltre ai due di comunicare in modo riservato, senza che il dispositivo elettronico pronunci i messaggi ad alta voce. L’idea ha ispirato anche la realizzazione di magliette con tastiere stampate sulle maniche, pensate per permettere ad altre persone di interagire con Hunter. Un gesto che mostra come l’inclusione possa cominciare dalla volontà di rimuovere ogni barriera alla comunicazione.

Una tastiera QWERTY tatuata sull’avambraccio per offrire al figlio uno strumento di comunicazione sempre disponibile. È la scelta di Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, un bambino autistico non parlante di 11 anni. Hunter utilizza normalmente un dispositivo di Comunicazione aumentativa e alternativa, attraverso il quale può selezionare parole e simboli. L’idea del tatuaggio è nata durante un pasto al ristorante, quando la batteria del dispositivo si è scaricata improvvisamente. Il bambino ha allora disegnato una tastiera su un tovagliolo e ha indicato le lettere necessarie per comunicare ciò che desiderava ordinare. Da quell’episodio Jessica ha compreso l’importanza di creare uno strumento alternativo e indipendente dalla tecnologia. Sul suo braccio ha fatto riprodurre lettere, simboli per esprimere le emozioni e pulsanti dedicati al “sì”, al “no” e a “ti voglio bene”. Secondo il racconto della madre, la prima parola indicata da Hunter sul tatuaggio è stata “mamma”. La soluzione permette inoltre ai due di comunicare in modo riservato, senza che il dispositivo elettronico pronunci i messaggi ad alta voce. L’idea ha ispirato anche la realizzazione di magliette con tastiere stampate sulle maniche, pensate per permettere ad altre persone di interagire con Hunter. Un gesto che mostra come l’inclusione possa cominciare dalla volontà di rimuovere ogni barriera alla comunicazione.

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Un mantello rosso per proteggere la foresta


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Nel paesaggio bruciato del Borneo, Superman è diventato il simbolo di un impegno concreto. Rudiyansah è un adolescente indonesiano che dedica il proprio tempo libero a combattere gli incendi intorno a Palangka Raya, nel Kalimantan Centrale. Dopo la scuola raggiunge il gruppo locale di volontari fondato dal padre e partecipa alle operazioni utilizzando manichette e pompe d’acqua. Aiuta la squadra dal 2023, ma quest’anno ha deciso di indossare il costume del suo supereroe preferito durante gli interventi. Una scelta nata per gioco che ha prodotto un effetto importante: le immagini del ragazzo con il mantello rosso sono diventate virali, richiamando l’attenzione internazionale sull’emergenza ambientale che sta colpendo l’Indonesia. Il ministro delle Foreste lo ha definito “eroe della foresta”, mentre Rudiyansah sogna di diventare un giorno una guardia forestale. Dietro il costume rimane la scelta di un giovane volontario che preferisce dedicare il proprio tempo alla comunità e alla protezione del territorio. Una storia che ricorda come per compiere qualcosa di straordinario non servano superpoteri, ma responsabilità, coraggio e volontà di aiutare.

Nel paesaggio bruciato del Borneo, Superman è diventato il simbolo di un impegno concreto. Rudiyansah è un adolescente indonesiano che dedica il proprio tempo libero a combattere gli incendi intorno a Palangka Raya, nel Kalimantan Centrale. Dopo la scuola raggiunge il gruppo locale di volontari fondato dal padre e partecipa alle operazioni utilizzando manichette e pompe d’acqua. Aiuta la squadra dal 2023, ma quest’anno ha deciso di indossare il costume del suo supereroe preferito durante gli interventi. Una scelta nata per gioco che ha prodotto un effetto importante: le immagini del ragazzo con il mantello rosso sono diventate virali, richiamando l’attenzione internazionale sull’emergenza ambientale che sta colpendo l’Indonesia. Il ministro delle Foreste lo ha definito “eroe della foresta”, mentre Rudiyansah sogna di diventare un giorno una guardia forestale. Dietro il costume rimane la scelta di un giovane volontario che preferisce dedicare il proprio tempo alla comunità e alla protezione del territorio. Una storia che ricorda come per compiere qualcosa di straordinario non servano superpoteri, ma responsabilità, coraggio e volontà di aiutare.

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Quando condividere rende la scuola più accessibile


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Ad Ascoli Piceno il ritorno a scuola diventa più accessibile e sostenibile grazie a Giraskuola. Il Comune ha messo gratuitamente a disposizione dei cittadini una piattaforma dedicata allo scambio, all’acquisto e alla vendita di materiale scolastico usato. Attraverso il servizio è possibile rimettere in circolo libri di testo, strumenti didattici, attrezzature sportive e materiali destinati agli studenti con bisogni educativi speciali. Ogni cittadino può registrarsi, consultare gli annunci, pubblicare ciò che non utilizza più e mettersi direttamente in contatto con gli altri utenti. La piattaforma non prevede intermediazioni economiche e gli scambi avvengono in presenza, diventando anche occasioni di incontro e collaborazione tra le famiglie. Al progetto possono partecipare associazioni, attività commerciali e altre realtà locali, contribuendo alla creazione di una rete territoriale solidale. Giraskuola aiuta così a ridurre le spese legate all’istruzione, limita gli sprechi e offre una seconda vita a oggetti ancora utili. Un’iniziativa che unisce innovazione digitale, inclusione sociale e tutela dell’ambiente, trasformando la condivisione in una risorsa per l’intera comunità.

Ad Ascoli Piceno il ritorno a scuola diventa più accessibile e sostenibile grazie a Giraskuola. Il Comune ha messo gratuitamente a disposizione dei cittadini una piattaforma dedicata allo scambio, all’acquisto e alla vendita di materiale scolastico usato. Attraverso il servizio è possibile rimettere in circolo libri di testo, strumenti didattici, attrezzature sportive e materiali destinati agli studenti con bisogni educativi speciali. Ogni cittadino può registrarsi, consultare gli annunci, pubblicare ciò che non utilizza più e mettersi direttamente in contatto con gli altri utenti. La piattaforma non prevede intermediazioni economiche e gli scambi avvengono in presenza, diventando anche occasioni di incontro e collaborazione tra le famiglie. Al progetto possono partecipare associazioni, attività commerciali e altre realtà locali, contribuendo alla creazione di una rete territoriale solidale. Giraskuola aiuta così a ridurre le spese legate all’istruzione, limita gli sprechi e offre una seconda vita a oggetti ancora utili. Un’iniziativa che unisce innovazione digitale, inclusione sociale e tutela dell’ambiente, trasformando la condivisione in una risorsa per l’intera comunità.

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Quando curare la salute significa proteggere anche l’ambiente


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L’ASL TO5 compie un nuovo passo verso una sanità più attenta all’ambiente con la nascita del “Green Team Ospedali Riuniti”. Il gruppo multidisciplinare avrà il compito di promuovere e coordinare le politiche di sostenibilità all’interno dei presidi ospedalieri dell’azienda sanitaria. L’iniziativa prosegue un percorso già avviato attraverso la riorganizzazione sostenibile delle sale operatorie, l’introduzione dei kit chirurgici personalizzati e il progetto “Anestesia Green”. Il nuovo organismo sarà articolato su due livelli: una struttura aziendale di coordinamento e diversi gruppi tematici dedicati agli ambiti operativi. Tra gli obiettivi figurano la formazione del personale, la diffusione di comportamenti responsabili e la realizzazione di nuovi progetti sviluppati direttamente nei reparti. Il Green Team si occuperà anche di misurare l’impatto ambientale delle attività sanitarie e di individuare strategie per una progressiva decarbonizzazione degli ospedali. Un modello partecipativo che punta a trasformare le buone pratiche in un impegno condiviso, dimostrando come la tutela della salute possa procedere insieme a quella dell’ambiente.

L’ASL TO5 compie un nuovo passo verso una sanità più attenta all’ambiente con la nascita del “Green Team Ospedali Riuniti”. Il gruppo multidisciplinare avrà il compito di promuovere e coordinare le politiche di sostenibilità all’interno dei presidi ospedalieri dell’azienda sanitaria. L’iniziativa prosegue un percorso già avviato attraverso la riorganizzazione sostenibile delle sale operatorie, l’introduzione dei kit chirurgici personalizzati e il progetto “Anestesia Green”. Il nuovo organismo sarà articolato su due livelli: una struttura aziendale di coordinamento e diversi gruppi tematici dedicati agli ambiti operativi. Tra gli obiettivi figurano la formazione del personale, la diffusione di comportamenti responsabili e la realizzazione di nuovi progetti sviluppati direttamente nei reparti. Il Green Team si occuperà anche di misurare l’impatto ambientale delle attività sanitarie e di individuare strategie per una progressiva decarbonizzazione degli ospedali. Un modello partecipativo che punta a trasformare le buone pratiche in un impegno condiviso, dimostrando come la tutela della salute possa procedere insieme a quella dell’ambiente.

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Curare senza chiedere nulla in cambio


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C'è chi, una volta conclusa la propria carriera, sceglie il meritato riposo. E poi c'è chi decide di mettere ancora una volta la propria esperienza al servizio degli altri. Succede a Bologna, dove un gruppo di ex primari e medici specialisti in pensione ha dato vita a un poliambulatorio solidale per offrire visite gratuite alle persone più fragili. L'iniziativa nasce per sostenere chi, a causa delle difficoltà economiche o delle lunghe liste d'attesa, spesso rinuncia a curarsi. Nel nuovo ambulatorio, ospitato nel quartiere Pilastro, i pazienti potranno ricevere consulenze specialistiche senza alcun costo, grazie al lavoro volontario di professionisti che hanno guidato alcuni dei più importanti reparti ospedalieri della città. Il progetto, promosso dall'associazione "Buoni Dottori" insieme al Comune di Bologna e ad Acer Bologna, rappresenta un esempio concreto di come competenze, esperienza e spirito di servizio possano trasformarsi in un gesto di grande solidarietà. In un momento in cui l'accesso alle cure è sempre più difficile per molte persone, questi medici hanno scelto di rimettersi il camice non per un nuovo incarico, ma per continuare a prendersi cura degli altri. Un'iniziativa che dimostra come la medicina possa andare oltre la professione, diventando un autentico atto di vicinanza e umanità.

C'è chi, una volta conclusa la propria carriera, sceglie il meritato riposo. E poi c'è chi decide di mettere ancora una volta la propria esperienza al servizio degli altri. Succede a Bologna, dove un gruppo di ex primari e medici specialisti in pensione ha dato vita a un poliambulatorio solidale per offrire visite gratuite alle persone più fragili. L'iniziativa nasce per sostenere chi, a causa delle difficoltà economiche o delle lunghe liste d'attesa, spesso rinuncia a curarsi. Nel nuovo ambulatorio, ospitato nel quartiere Pilastro, i pazienti potranno ricevere consulenze specialistiche senza alcun costo, grazie al lavoro volontario di professionisti che hanno guidato alcuni dei più importanti reparti ospedalieri della città. Il progetto, promosso dall'associazione "Buoni Dottori" insieme al Comune di Bologna e ad Acer Bologna, rappresenta un esempio concreto di come competenze, esperienza e spirito di servizio possano trasformarsi in un gesto di grande solidarietà. In un momento in cui l'accesso alle cure è sempre più difficile per molte persone, questi medici hanno scelto di rimettersi il camice non per un nuovo incarico, ma per continuare a prendersi cura degli altri. Un'iniziativa che dimostra come la medicina possa andare oltre la professione, diventando un autentico atto di vicinanza e umanità.

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Dopo 5 anni di buio torna a vedere


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Per oltre cinque anni Elena, 67 anni, ha vissuto nel buio più totale. Un grave incidente stradale le aveva tolto la vista, ma oggi può tornare a guardare il mondo grazie a un intervento che entra nella storia della medicina. All'Ospedale Molinette di Torino, l'équipe della Clinica Oculistica universitaria guidata dal professor Michele Reibaldi ha realizzato il primo autotrapianto al mondo del segmento anteriore dell'occhio e della macula, la parte centrale della retina responsabile della visione dei dettagli. Per ridarle la vista, i chirurghi hanno trasferito dall'occhio sinistro, ormai irreversibilmente compromesso ma con tessuti ancora sani, un intero blocco anatomico comprendente cornea, sclera, congiuntiva e, per la prima volta nella storia, anche la macula, impiantandolo nell'occhio destro, dove il nervo ottico era ancora funzionante. Un intervento durato quasi sei ore che ha superato un limite considerato fino a oggi invalicabile dalla comunità scientifica internazionale. «L'ostacolo ritenuto insormontabile è stato superato grazie a un'intuizione chirurgica», ha spiegato il professor Reibaldi nel comunicato della Città della Salute e della Scienza di Torino. Oggi Elena è tornata a vedere il volto di suo figlio e della sua cagnolina guida Joe. Un risultato che rappresenta molto più di un record mondiale: è la dimostrazione di come ricerca, innovazione e il lavoro di un'intera équipe possano restituire autonomia, speranza e una nuova vita a chi pensava di aver perso tutto.

Per oltre cinque anni Elena, 67 anni, ha vissuto nel buio più totale. Un grave incidente stradale le aveva tolto la vista, ma oggi può tornare a guardare il mondo grazie a un intervento che entra nella storia della medicina. All'Ospedale Molinette di Torino, l'équipe della Clinica Oculistica universitaria guidata dal professor Michele Reibaldi ha realizzato il primo autotrapianto al mondo del segmento anteriore dell'occhio e della macula, la parte centrale della retina responsabile della visione dei dettagli. Per ridarle la vista, i chirurghi hanno trasferito dall'occhio sinistro, ormai irreversibilmente compromesso ma con tessuti ancora sani, un intero blocco anatomico comprendente cornea, sclera, congiuntiva e, per la prima volta nella storia, anche la macula, impiantandolo nell'occhio destro, dove il nervo ottico era ancora funzionante. Un intervento durato quasi sei ore che ha superato un limite considerato fino a oggi invalicabile dalla comunità scientifica internazionale. «L'ostacolo ritenuto insormontabile è stato superato grazie a un'intuizione chirurgica», ha spiegato il professor Reibaldi nel comunicato della Città della Salute e della Scienza di Torino. Oggi Elena è tornata a vedere il volto di suo figlio e della sua cagnolina guida Joe. Un risultato che rappresenta molto più di un record mondiale: è la dimostrazione di come ricerca, innovazione e il lavoro di un'intera équipe possano restituire autonomia, speranza e una nuova vita a chi pensava di aver perso tutto.

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Dal set alla solidarietà, il sogno di Elisa diventa realtà a Goma


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La storia di Elisa Claps, una giovane ragazza di Potenza che sognava di diventare medico e dedicare la propria vita agli ultimi, oggi continua attraverso un progetto di solidarietà che ha raggiunto Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. A rendere possibile questo ponte tra Italia e Africa è il progetto “Il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa”, nato dalla volontà della famiglia Claps e realizzato con il supporto del VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza sanitaria del Centro Don Bosco Ngangi di Goma. Al centro di questa iniziativa c’è anche Gianmarco Saurino, l’attore che nella fiction Rai “Per Elisa – Il caso Claps”ha interpretato proprio Gildo Claps, il fratello di Elisa impegnato per anni nella ricerca della verità sulla scomparsa della sorella. Proprio grazie al rapporto nato durante la realizzazione della serie, Saurino ha scelto di rimanere vicino alla famiglia Claps e di sostenere attivamente questa causa. L’attore ha partecipato agli eventi legati al progetto e ha preso parte alla missione a Goma insieme a Gildo Claps e ai volontari del VIS, entrando direttamente in contatto con la realtà dell’ambulatorio e delle comunità assistite. L’iniziativa ha permesso di potenziare i servizi sanitari del dispensario medico del Centro Don Bosco Ngangi, una struttura che offre cure, farmaci e assistenza a bambini, famiglie e persone costrette a vivere in condizioni di grande fragilità a causa della crisi nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Così, da una storia segnata dal dolore nasce un luogo dedicato alla cura: il sogno di Elisa di aiutare gli altri continua a vivere migliaia di chilometri lontano da casa, attraverso medici, volontari e persone che ogni giorno scelgono di prendersi cura del prossimo.

La storia di Elisa Claps, una giovane ragazza di Potenza che sognava di diventare medico e dedicare la propria vita agli ultimi, oggi continua attraverso un progetto di solidarietà che ha raggiunto Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. A rendere possibile questo ponte tra Italia e Africa è il progetto “Il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa”, nato dalla volontà della famiglia Claps e realizzato con il supporto del VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza sanitaria del Centro Don Bosco Ngangi di Goma. Al centro di questa iniziativa c’è anche Gianmarco Saurino, l’attore che nella fiction Rai “Per Elisa – Il caso Claps”ha interpretato proprio Gildo Claps, il fratello di Elisa impegnato per anni nella ricerca della verità sulla scomparsa della sorella. Proprio grazie al rapporto nato durante la realizzazione della serie, Saurino ha scelto di rimanere vicino alla famiglia Claps e di sostenere attivamente questa causa. L’attore ha partecipato agli eventi legati al progetto e ha preso parte alla missione a Goma insieme a Gildo Claps e ai volontari del VIS, entrando direttamente in contatto con la realtà dell’ambulatorio e delle comunità assistite. L’iniziativa ha permesso di potenziare i servizi sanitari del dispensario medico del Centro Don Bosco Ngangi, una struttura che offre cure, farmaci e assistenza a bambini, famiglie e persone costrette a vivere in condizioni di grande fragilità a causa della crisi nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Così, da una storia segnata dal dolore nasce un luogo dedicato alla cura: il sogno di Elisa di aiutare gli altri continua a vivere migliaia di chilometri lontano da casa, attraverso medici, volontari e persone che ogni giorno scelgono di prendersi cura del prossimo.

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