Wings for Life World Run porta in Italia l'evento di corsa benefica
Wings for Life sostiene la ricerca all'avanguardia in tutto il mondo per trovare una cura per le lesioni del midollo spinale. Una corsa unica nel suo genere per tutti, sia runner che partecipanti in carrozzina. Invece del traguardo, tutti i partecipanti correranno insieme per tenere testa alla Catcher Car virtuale. Ora per l'undicesimo anno, il 4 maggio 2025 i partecipanti della Wings for Life World Run a Italia potranno correre insieme a Aosta. La nuova edizione è stata possibile grazie all’iniziativa di Samuele Buffa e Leonardo Lotto. Quest’ultimo è un giovane valdostano rimasto paralizzato in seguito a un incidente in Australia nel 2023 e oggi è impegnato attivamente nella sensibilizzazione sul tema delle lesioni al midollo spinale.
Rubrica: Dillo a Plaple
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Aosta in prima fila nella ricerca per le cure a lesioni del midollo spinale
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Dillo a Plaple
Un emporio per dare una mano alle famiglie
Alimenti, vestiti, prodotti per la casa e passeggini: a Quartu Sant’Elena, in Sardegna, la solidarietà prende forma sugli scaffali di un nuovo emporio. Lo spazio distribuisce gratuitamente beni alle persone in difficoltà, offrendo un sostegno concreto alle necessità quotidiane. L’Emporio Solidale si trova in locali messi a disposizione dalla Comunità Missionaria di Villaregia, per una superficie complessiva di 750 metri quadrati. La dotazione comprende generi alimentari, detersivi, abbigliamento, giocattoli e articoli orto-sanitari. Tra i beni disponibili ci sono anche abiti da sposa, un dettaglio che racconta la varietà dei bisogni ai quali l’iniziativa cerca di rispondere. Il progetto nasce dalla collaborazione tra istituzioni e volontariato. Domu Mia è l’associazione capofila di una rete che comprende Conferenze Vincenziane di Quartu, Caritas, Anteas, Anmic, Lato B e Consorzio Alimentis. Il Comune ha contribuito attraverso un protocollo d’intesa con le associazioni del Terzo settore. L’emporio si aggiunge ai servizi territoriali per contrastare la povertà, con l’intenzione di diventare anche un punto di accoglienza e ascolto. Dietro ogni oggetto distribuito c’è una necessità concreta: preparare un pasto, vestire un bambino, affrontare una spesa che pesa sul bilancio familiare. La collaborazione tra le realtà locali permette di raccogliere queste esigenze in un unico spazio, dove l’aiuto materiale si accompagna alla costruzione di relazioni e al sostegno della comunità.
Alimenti, vestiti, prodotti per la casa e passeggini: a Quartu Sant’Elena, in Sardegna, la solidarietà prende forma sugli scaffali di un nuovo emporio. Lo spazio distribuisce gratuitamente beni alle persone in difficoltà, offrendo un sostegno concreto alle necessità quotidiane. L’Emporio Solidale si trova in locali messi a disposizione dalla Comunità Missionaria di Villaregia, per una superficie complessiva di 750 metri quadrati. La dotazione comprende generi alimentari, detersivi, abbigliamento, giocattoli e articoli orto-sanitari. Tra i beni disponibili ci sono anche abiti da sposa, un dettaglio che racconta la varietà dei bisogni ai quali l’iniziativa cerca di rispondere. Il progetto nasce dalla collaborazione tra istituzioni e volontariato. Domu Mia è l’associazione capofila di una rete che comprende Conferenze Vincenziane di Quartu, Caritas, Anteas, Anmic, Lato B e Consorzio Alimentis. Il Comune ha contribuito attraverso un protocollo d’intesa con le associazioni del Terzo settore. L’emporio si aggiunge ai servizi territoriali per contrastare la povertà, con l’intenzione di diventare anche un punto di accoglienza e ascolto. Dietro ogni oggetto distribuito c’è una necessità concreta: preparare un pasto, vestire un bambino, affrontare una spesa che pesa sul bilancio familiare. La collaborazione tra le realtà locali permette di raccogliere queste esigenze in un unico spazio, dove l’aiuto materiale si accompagna alla costruzione di relazioni e al sostegno della comunità.
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A Copenaghen prendersi cura dell’ambiente premia
Raccogliere i rifiuti dal porto, spostarsi in bicicletta o raggiungere la città in treno: a Copenaghen le scelte più attente all’ambiente possono trasformarsi in esperienze. È il principio di CopenPay, il programma promosso dall’ente turistico Wonderful Copenhagen per coinvolgere i visitatori nella cura della capitale danese. L’iniziativa collega comportamenti responsabili a ricompense offerte dagli operatori aderenti. A seconda dell’attività scelta, si possono ottenere un caffè, una visita guidata, un ingresso gratuito o scontato oppure agevolazioni sul noleggio di biciclette. Il turista viene così invitato a partecipare alla vita della città attraverso gesti utili agli spazi che attraversa. Nato nel 2024, dopo due edizioni estive CopenPay è diventato attivo tutto l’anno dal 22 giugno 2026. Al lancio della nuova versione partecipavano oltre 90 operatori. Tra le proposte figurano anche laboratori per trasformare vecchi vestiti e attività dedicate alla conoscenza dell’energia eolica. Azioni e premi variano nel corso delle stagioni. Per partecipare si consulta il servizio digitale, si sceglie un’attività e, una volta completata, si mostra la schermata al partner coinvolto per ricevere la ricompensa. L’obiettivo è incoraggiare abitudini più consapevoli: limitare gli spostamenti più impattanti, contribuire alla pulizia degli spazi pubblici e conoscere meglio il territorio. La visita diventa così un’occasione per prendersi cura dell’ambiente, con comportamenti che possono proseguire anche dopo il viaggio.
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All’Aquila l’inclusione costruisce nuove opportunità
Riconoscere le capacità di una persona e creare le condizioni perché possa svilupparle: è l’obiettivo dell’Officina per l’Inclusione – L’Aquila Social HUB. Promosso da Autismo Abruzzo APS, con il sostegno di Enel Cuore e il contributo del Rotary Club L’Aquila, il progetto dedica nuovi spazi all’orientamento, all’autonomia e all’inclusione lavorativa. Il percorso punta a mettere in relazione le aspirazioni dei partecipanti con occasioni di formazione e collaborazione con il territorio. Sono previsti servizi informativi, laboratori e accompagnamento al lavoro, con il coinvolgimento di istituzioni e imprese. Tra le attività da avviare progressivamente figurano comunicazione, creatività artistica, fotografia e produzione video, da adattare alle inclinazioni dei partecipanti. Laboratori e percorsi personalizzati di orientamento possono diventare strumenti per conoscere le proprie competenze e individuare possibilità professionali. L’apertura dell’Officina rappresenta l’avvio di un progetto che dovrà ora svilupparsi attraverso le attività. Il suo valore sta nella costruzione di un ponte tra persone, formazione e imprese: un impegno condiviso per rendere l’autonomia e la partecipazione al lavoro opportunità più accessibili.
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Una giovane idea per proteggere l’acqua
Le microplastiche sono particelle di plastica molto piccole, difficili da individuare e da rimuovere dall’acqua. Sheyna Patel ha deciso di dedicare a questo problema il proprio progetto scientifico. A 14 anni, la studentessa della Florida ha sviluppato un idrogel non tossico progettato per catturare e degradare microplastiche PET, il materiale usato anche nella produzione di molte bottiglie. Sheyna ha presentato il lavoro al 3M Young Scientist Challenge del 2025 ed è stata selezionata tra i finalisti. Secondo la scheda pubblicata dagli organizzatori, il suo idrogel ha ottenuto un’efficienza superiore al 93% nelle prove effettuate. Il dato riguarda quindi i risultati del progetto sperimentale sulle microplastiche considerate, non la rimozione di qualsiasi tipo di plastica da ogni fonte d’acqua. L’idea affronta una difficoltà concreta: intercettare particelle che possono finire negli ambienti acquatici e risultano complesse da trattare. La ricerca di Sheyna prova a combinare in un unico materiale la loro cattura e degradazione. Per capire come il gel potrebbe funzionare fuori dalle prove del concorso saranno necessari ulteriori sviluppi e verifiche. Il progetto mostra intanto il contributo che i giovani possono dare alla ricerca ambientale. Sheyna è partita da un problema globale e ha costruito una possibile risposta da sottoporre a test. La sua invenzione non è ancora una soluzione pronta all’uso, ma apre una strada da esplorare per la tutela dell’acqua e degli ecosistemi.
Le microplastiche sono particelle di plastica molto piccole, difficili da individuare e da rimuovere dall’acqua. Sheyna Patel ha deciso di dedicare a questo problema il proprio progetto scientifico. A 14 anni, la studentessa della Florida ha sviluppato un idrogel non tossico progettato per catturare e degradare microplastiche PET, il materiale usato anche nella produzione di molte bottiglie. Sheyna ha presentato il lavoro al 3M Young Scientist Challenge del 2025 ed è stata selezionata tra i finalisti. Secondo la scheda pubblicata dagli organizzatori, il suo idrogel ha ottenuto un’efficienza superiore al 93% nelle prove effettuate. Il dato riguarda quindi i risultati del progetto sperimentale sulle microplastiche considerate, non la rimozione di qualsiasi tipo di plastica da ogni fonte d’acqua. L’idea affronta una difficoltà concreta: intercettare particelle che possono finire negli ambienti acquatici e risultano complesse da trattare. La ricerca di Sheyna prova a combinare in un unico materiale la loro cattura e degradazione. Per capire come il gel potrebbe funzionare fuori dalle prove del concorso saranno necessari ulteriori sviluppi e verifiche. Il progetto mostra intanto il contributo che i giovani possono dare alla ricerca ambientale. Sheyna è partita da un problema globale e ha costruito una possibile risposta da sottoporre a test. La sua invenzione non è ancora una soluzione pronta all’uso, ma apre una strada da esplorare per la tutela dell’acqua e degli ecosistemi.
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Ramabai corre a piedi nudi per il futuro delle sue figlie
Ramabai Ranvir non aveva mai affrontato una gara di corsa e non si era allenata per farlo. A 47 anni ha però deciso di partecipare a una competizione di tre chilometri ad Ambajogai, nello Stato indiano del Maharashtra. Il premio per la vincitrice poteva aiutarla ad acquistare i libri richiesti dalla figlia più giovane, Aarti, che frequenta l’università. Ramabai è partita indossando un sari e un paio di ciabatte. Durante il percorso le ha tolte e ha continuato a correre a piedi nudi, arrivando prima nella propria categoria. Dietro quella scelta c’erano anni di difficoltà economiche. Rimasta vedova nel 2012, ha cresciuto da sola le due figlie, lavorando prima a giornata e poi come cuoca per sostenerne gli studi. La figlia maggiore, Pooja, si prepara a entrare nella polizia. Anche lei ha partecipato alla corsa ed è arrivata seconda nella propria categoria. I premi vinti da madre e figlia sono stati destinati alle necessità di Aarti. Le cronache riportano importi diversi per la somma ricevuta da Ramabai; resta chiaro lo scopo per cui aveva scelto di correre. La sua vittoria racconta la determinazione di una madre, ma anche la fatica di una famiglia per cui comprare i libri rappresenta una spesa difficile da affrontare. Il traguardo di Ramabai non risolve da solo quelle difficoltà. Ha però dato visibilità al valore che attribuisce all’istruzione delle figlie e agli sforzi compiuti ogni giorno perché possano continuare a studiare.
Ramabai Ranvir non aveva mai affrontato una gara di corsa e non si era allenata per farlo. A 47 anni ha però deciso di partecipare a una competizione di tre chilometri ad Ambajogai, nello Stato indiano del Maharashtra. Il premio per la vincitrice poteva aiutarla ad acquistare i libri richiesti dalla figlia più giovane, Aarti, che frequenta l’università. Ramabai è partita indossando un sari e un paio di ciabatte. Durante il percorso le ha tolte e ha continuato a correre a piedi nudi, arrivando prima nella propria categoria. Dietro quella scelta c’erano anni di difficoltà economiche. Rimasta vedova nel 2012, ha cresciuto da sola le due figlie, lavorando prima a giornata e poi come cuoca per sostenerne gli studi. La figlia maggiore, Pooja, si prepara a entrare nella polizia. Anche lei ha partecipato alla corsa ed è arrivata seconda nella propria categoria. I premi vinti da madre e figlia sono stati destinati alle necessità di Aarti. Le cronache riportano importi diversi per la somma ricevuta da Ramabai; resta chiaro lo scopo per cui aveva scelto di correre. La sua vittoria racconta la determinazione di una madre, ma anche la fatica di una famiglia per cui comprare i libri rappresenta una spesa difficile da affrontare. Il traguardo di Ramabai non risolve da solo quelle difficoltà. Ha però dato visibilità al valore che attribuisce all’istruzione delle figlie e agli sforzi compiuti ogni giorno perché possano continuare a studiare.
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Dove il terreno era arido, oggi crescono alberi
Quando Wang Zhanfeng arrivò a Shipaogou, nella contea cinese di Youyu, trovò pendii aridi, vento e terreni segnati dall’erosione. Negli anni Ottanta lasciò il lavoro che svolgeva altrove per tornare nella sua terra d’origine e provare a far crescere alberi in quell’area. Diverse persone dubitavano che le piante potessero sopravvivere in un luogo con così poca acqua e un suolo tanto difficile. Wang iniziò dalle specie più resistenti. Scavava buche sui pendii e portava l’acqua necessaria alle giovani piante. Per trattenerla nel terreno realizzò anche piccole cavità a forma di mezzaluna; in seguito costruì un sistema che rese più semplice l’irrigazione. Il lavoro non finiva con la messa a dimora: ogni albero richiedeva anni di attenzioni per attecchire e resistere alle condizioni del luogo. Il suo impegno è proseguito per oltre quarant’anni. Nella zona sono cresciuti alberi e altra vegetazione; Wang ha recuperato anche terreni da coltivare e piantato alberi da frutto. Quella di Shipaogou è la sua storia personale, inserita però in un’opera molto più ampia: nella contea di Youyu generazioni di abitanti hanno lavorato per contrastare la desertificazione. Il risultato della riforestazione appartiene a una comunità che ha piantato e custodito alberi per decenni. La vicenda di Wang ne racconta la perseveranza: anche dove far crescere qualcosa sembrava impossibile, la cura costante ha contribuito a cambiare il paesaggio. Il dato dei 90 mila ettari non va attribuito al solo Wang, perciò non l’ho inserito nella news.
Quando Wang Zhanfeng arrivò a Shipaogou, nella contea cinese di Youyu, trovò pendii aridi, vento e terreni segnati dall’erosione. Negli anni Ottanta lasciò il lavoro che svolgeva altrove per tornare nella sua terra d’origine e provare a far crescere alberi in quell’area. Diverse persone dubitavano che le piante potessero sopravvivere in un luogo con così poca acqua e un suolo tanto difficile. Wang iniziò dalle specie più resistenti. Scavava buche sui pendii e portava l’acqua necessaria alle giovani piante. Per trattenerla nel terreno realizzò anche piccole cavità a forma di mezzaluna; in seguito costruì un sistema che rese più semplice l’irrigazione. Il lavoro non finiva con la messa a dimora: ogni albero richiedeva anni di attenzioni per attecchire e resistere alle condizioni del luogo. Il suo impegno è proseguito per oltre quarant’anni. Nella zona sono cresciuti alberi e altra vegetazione; Wang ha recuperato anche terreni da coltivare e piantato alberi da frutto. Quella di Shipaogou è la sua storia personale, inserita però in un’opera molto più ampia: nella contea di Youyu generazioni di abitanti hanno lavorato per contrastare la desertificazione. Il risultato della riforestazione appartiene a una comunità che ha piantato e custodito alberi per decenni. La vicenda di Wang ne racconta la perseveranza: anche dove far crescere qualcosa sembrava impossibile, la cura costante ha contribuito a cambiare il paesaggio. Il dato dei 90 mila ettari non va attribuito al solo Wang, perciò non l’ho inserito nella news.
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Un’amicizia oltre le macchie sulla pelle
Nel 2017 Carter Blanchard aveva otto anni e viveva con difficoltà i cambiamenti del proprio viso. Gli era stata diagnosticata la vitiligine, una condizione che provoca la comparsa di zone della pelle prive di pigmento. Le prime macchie chiare erano apparse intorno agli occhi e, mentre cercava di capire ciò che gli stava accadendo, Carter aveva perso fiducia nel proprio aspetto. Un giorno sua madre vide online la foto di Rowdy, un Labrador nero che presentava macchie chiare dovute alla stessa condizione. La mostrò al figlio, che iniziò a seguire la storia del cane attraverso foto e video. Rowdy viveva in Oregon, lontano dalla casa di Carter in Arkansas, ma quella somiglianza divenne subito importante per il bambino. Secondo sua madre, conoscere Rowdy cambiò il modo in cui Carter parlava della propria pelle già prima dell’incontro. Le due famiglie entrarono in contatto e una donazione permise a Carter e alla madre di raggiungere il cane. Quando finalmente si videro, il bambino trascorse del tempo ad abbracciarlo e giocare accanto a lui. È una storia avvenuta anni fa, che racconta quanto possa contare sentirsi rappresentati. Carter non aveva bisogno che la propria pelle cambiasse per stare meglio: vedere una caratteristica simile alla sua in un amico gli aveva offerto un modo nuovo di guardarla. L’incontro con Rowdy diventò così un passo nel suo percorso di accettazione.
Nel 2017 Carter Blanchard aveva otto anni e viveva con difficoltà i cambiamenti del proprio viso. Gli era stata diagnosticata la vitiligine, una condizione che provoca la comparsa di zone della pelle prive di pigmento. Le prime macchie chiare erano apparse intorno agli occhi e, mentre cercava di capire ciò che gli stava accadendo, Carter aveva perso fiducia nel proprio aspetto. Un giorno sua madre vide online la foto di Rowdy, un Labrador nero che presentava macchie chiare dovute alla stessa condizione. La mostrò al figlio, che iniziò a seguire la storia del cane attraverso foto e video. Rowdy viveva in Oregon, lontano dalla casa di Carter in Arkansas, ma quella somiglianza divenne subito importante per il bambino. Secondo sua madre, conoscere Rowdy cambiò il modo in cui Carter parlava della propria pelle già prima dell’incontro. Le due famiglie entrarono in contatto e una donazione permise a Carter e alla madre di raggiungere il cane. Quando finalmente si videro, il bambino trascorse del tempo ad abbracciarlo e giocare accanto a lui. È una storia avvenuta anni fa, che racconta quanto possa contare sentirsi rappresentati. Carter non aveva bisogno che la propria pelle cambiasse per stare meglio: vedere una caratteristica simile alla sua in un amico gli aveva offerto un modo nuovo di guardarla. L’incontro con Rowdy diventò così un passo nel suo percorso di accettazione.
Dillo a Plaple
Un seme contro il degrado urbano
C’è chi passa accanto a un’aiuola trascurata e vede soltanto uno spazio vuoto. Piantaman, invece, ci vede qualcosa che può tornare a crescere. L’uomo, che ha 49 anni e mantiene segreta la propria identità, semina fiori e ortaggi nell’area di Vigevano, in provincia di Pavia. La sua idea è trasformare piccoli spazi dimenticati in luoghi verdi di cui la comunità possa prendersi cura. Il primo orto è nato su un terreno vicino al cimitero cittadino. Piantaman vi ha coltivato pomodori, cetrioli, zucchine e un melone, lasciando che chiunque potesse raccogliere ciò che sarebbe cresciuto. Chi passa può anche contribuire con un po’ d’acqua o aiutando a tenere pulito il terreno. Nel tempo sono arrivati cittadini pronti a donare semi e piante che non avevano più la possibilità di coltivare. L’iniziativa si è allargata con una postazione in via Rebuffi, dove è possibile lasciare o prendere prodotti e piante. Piantaman incoraggia inoltre a conservare i semi della frutta e degli ortaggi consumati, per seminarli di nuovo. Accanto al cibo trovano spazio fiori, bulbi e altre piante, capaci di riportare colore nelle aree trascurate. Il valore ambientale del progetto sta in questo ciclo di recupero: usare ciò che è disponibile, far crescere nuovo verde e coinvolgere le persone nella sua cura. Il raccolto condiviso aggiunge un gesto di solidarietà a un’idea che parte dalla terra. Piantaman mostra come anche una piccola aiuola possa diventare un luogo utile per tutti.
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Dillo a Plaple
Un contratto che vale più di una firma
Il calcio diventa una squadra anche lontano dal terreno di gioco. Roberta Picchi, attaccante trentaquattrenne del Como 1907 Women, ha ricevuto una diagnosi di tumore al seno in seguito ad alcuni accertamenti medici. Davanti a una prova tanto delicata, la società ha scelto di offrirle sostegno e stabilità, rinnovando il suo contratto fino al termine della stagione 2027-2028. Durante il percorso terapeutico, la calciatrice sarà affiancata dallo staff medico del club, che collaborerà con gli specialisti responsabili delle cure. Picchi era arrivata a Como nella stagione precedente, contribuendo alla conquista della Serie B e alla prima storica promozione della squadra nella massima categoria. Ora dovrà affrontare una sfida diversa, circondata però dall’affetto della società, delle compagne e dei tifosi. La vicinanza del gruppo è stata espressa con un messaggio semplice: «Noi siamo una cosa sola». Anche Roberta ha manifestato determinazione, spiegando che affronterà la propria partita con l’obiettivo di tornare ancora più forte. Il rinnovo diventa così molto più di una decisione sportiva: è la scelta concreta di non lasciare sola una persona nel momento più difficile.
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Dillo a Plaple
Quando l’acqua fa rifiorire una comunità
A Lopsienikou, nella contea di West Pokot, in Kenya, quindici donne hanno trasformato la lotta contro fame e siccità in un progetto comunitario. Sono le componenti del Sengenge Mother-to-Mother Support Group, nato per migliorare la salute e l’alimentazione delle famiglie del villaggio. Con il sostegno di Action Against Hunger, il gruppo ha contribuito al recupero di un pozzo e all’installazione di una pompa alimentata attraverso l’energia solare. L’acqua viene raccolta in due serbatoi da diecimila litri e utilizzata anche per irrigare un orto comunitario, nel quale crescono cavoli, spinaci e peperoni. I prodotti arricchiscono l’alimentazione delle famiglie, mentre le eccedenze possono essere vendute per generare nuove entrate. Le donne hanno inoltre creato un comitato incaricato di gestire il pozzo e raccogliere piccoli contributi destinati alla sua manutenzione. Al progetto si aggiungono l’allevamento di capre e un sistema comune di risparmio e prestiti. Un percorso che non elimina da solo la fame, ma rende la comunità più autonoma e resistente alla siccità. Qui il sole non produce soltanto energia: alimenta acqua, lavoro e nuove possibilità.
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Il Ruanda riduce la plastica monouso
Il Ruanda è diventato un punto di riferimento africano nella lotta all’inquinamento da plastica. Nel 2008 il Paese ha vietato la produzione, l’importazione e l’utilizzo dei sacchetti in polietilene. Nel 2019 il divieto è stato esteso a numerosi prodotti e imballaggi di plastica monouso. Controlli rigorosi e sanzioni hanno contribuito a ridurre fortemente la presenza di rifiuti nelle strade. I risultati sono particolarmente visibili nella capitale Kigali. La città viene frequentemente indicata come una delle realtà urbane più pulite del continente africano. Alla base di questo risultato non ci sono però soltanto le leggi. Un ruolo fondamentale è svolto dall’“Umuganda”, il programma nazionale di lavoro comunitario. L’ultimo sabato di ogni mese i cittadini partecipano alla pulizia e alla cura degli spazi comuni. Le attività comprendono la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e la realizzazione di opere utili alla comunità. A Kigali la raccolta domestica viene inoltre gestita da aziende specializzate e sostenuta economicamente dalle famiglie. Il modello ruandese unisce quindi norme, controlli, organizzazione e partecipazione collettiva. Un sistema che ha trasformato la pulizia degli spazi pubblici in una responsabilità condivisa. Restano ancora difficoltà nella gestione, nel recupero e nel riciclo di tutte le tipologie di rifiuti. L’esperienza di Kigali dimostra però quanto le scelte politiche possano funzionare quando vengono sostenute dall’intera comunità.
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