Le microplastiche sono particelle di plastica molto piccole, difficili da individuare e da rimuovere dall’acqua. Sheyna Patel ha deciso di dedicare a questo problema il proprio progetto scientifico. A 14 anni, la studentessa della Florida ha sviluppato un idrogel non tossico progettato per catturare e degradare microplastiche PET, il materiale usato anche nella produzione di molte bottiglie.
Sheyna ha presentato il lavoro al 3M Young Scientist Challenge del 2025 ed è stata selezionata tra i finalisti. Secondo la scheda pubblicata dagli organizzatori, il suo idrogel ha ottenuto un’efficienza superiore al 93% nelle prove effettuate. Il dato riguarda quindi i risultati del progetto sperimentale sulle microplastiche considerate, non la rimozione di qualsiasi tipo di plastica da ogni fonte d’acqua.
L’idea affronta una difficoltà concreta: intercettare particelle che possono finire negli ambienti acquatici e risultano complesse da trattare. La ricerca di Sheyna prova a combinare in un unico materiale la loro cattura e degradazione. Per capire come il gel potrebbe funzionare fuori dalle prove del concorso saranno necessari ulteriori sviluppi e verifiche.
Il progetto mostra intanto il contributo che i giovani possono dare alla ricerca ambientale. Sheyna è partita da un problema globale e ha costruito una possibile risposta da sottoporre a test. La sua invenzione non è ancora una soluzione pronta all’uso, ma apre una strada da esplorare per la tutela dell’acqua e degli ecosistemi.
Rubrica: Dillo a Plaple
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A Copenaghen prendersi cura dell’ambiente premia
Raccogliere i rifiuti dal porto, spostarsi in bicicletta o raggiungere la città in treno: a Copenaghen le scelte più attente all’ambiente possono trasformarsi in esperienze. È il principio di CopenPay, il programma promosso dall’ente turistico Wonderful Copenhagen per coinvolgere i visitatori nella cura della capitale danese. L’iniziativa collega comportamenti responsabili a ricompense offerte dagli operatori aderenti. A seconda dell’attività scelta, si possono ottenere un caffè, una visita guidata, un ingresso gratuito o scontato oppure agevolazioni sul noleggio di biciclette. Il turista viene così invitato a partecipare alla vita della città attraverso gesti utili agli spazi che attraversa. Nato nel 2024, dopo due edizioni estive CopenPay è diventato attivo tutto l’anno dal 22 giugno 2026. Al lancio della nuova versione partecipavano oltre 90 operatori. Tra le proposte figurano anche laboratori per trasformare vecchi vestiti e attività dedicate alla conoscenza dell’energia eolica. Azioni e premi variano nel corso delle stagioni. Per partecipare si consulta il servizio digitale, si sceglie un’attività e, una volta completata, si mostra la schermata al partner coinvolto per ricevere la ricompensa. L’obiettivo è incoraggiare abitudini più consapevoli: limitare gli spostamenti più impattanti, contribuire alla pulizia degli spazi pubblici e conoscere meglio il territorio. La visita diventa così un’occasione per prendersi cura dell’ambiente, con comportamenti che possono proseguire anche dopo il viaggio.
Raccogliere i rifiuti dal porto, spostarsi in bicicletta o raggiungere la città in treno: a Copenaghen le scelte più attente all’ambiente possono trasformarsi in esperienze. È il principio di CopenPay, il programma promosso dall’ente turistico Wonderful Copenhagen per coinvolgere i visitatori nella cura della capitale danese. L’iniziativa collega comportamenti responsabili a ricompense offerte dagli operatori aderenti. A seconda dell’attività scelta, si possono ottenere un caffè, una visita guidata, un ingresso gratuito o scontato oppure agevolazioni sul noleggio di biciclette. Il turista viene così invitato a partecipare alla vita della città attraverso gesti utili agli spazi che attraversa. Nato nel 2024, dopo due edizioni estive CopenPay è diventato attivo tutto l’anno dal 22 giugno 2026. Al lancio della nuova versione partecipavano oltre 90 operatori. Tra le proposte figurano anche laboratori per trasformare vecchi vestiti e attività dedicate alla conoscenza dell’energia eolica. Azioni e premi variano nel corso delle stagioni. Per partecipare si consulta il servizio digitale, si sceglie un’attività e, una volta completata, si mostra la schermata al partner coinvolto per ricevere la ricompensa. L’obiettivo è incoraggiare abitudini più consapevoli: limitare gli spostamenti più impattanti, contribuire alla pulizia degli spazi pubblici e conoscere meglio il territorio. La visita diventa così un’occasione per prendersi cura dell’ambiente, con comportamenti che possono proseguire anche dopo il viaggio.
Dillo a Plaple
Una giovane idea per proteggere l’acqua
Le microplastiche sono particelle di plastica molto piccole, difficili da individuare e da rimuovere dall’acqua. Sheyna Patel ha deciso di dedicare a questo problema il proprio progetto scientifico. A 14 anni, la studentessa della Florida ha sviluppato un idrogel non tossico progettato per catturare e degradare microplastiche PET, il materiale usato anche nella produzione di molte bottiglie. Sheyna ha presentato il lavoro al 3M Young Scientist Challenge del 2025 ed è stata selezionata tra i finalisti. Secondo la scheda pubblicata dagli organizzatori, il suo idrogel ha ottenuto un’efficienza superiore al 93% nelle prove effettuate. Il dato riguarda quindi i risultati del progetto sperimentale sulle microplastiche considerate, non la rimozione di qualsiasi tipo di plastica da ogni fonte d’acqua. L’idea affronta una difficoltà concreta: intercettare particelle che possono finire negli ambienti acquatici e risultano complesse da trattare. La ricerca di Sheyna prova a combinare in un unico materiale la loro cattura e degradazione. Per capire come il gel potrebbe funzionare fuori dalle prove del concorso saranno necessari ulteriori sviluppi e verifiche. Il progetto mostra intanto il contributo che i giovani possono dare alla ricerca ambientale. Sheyna è partita da un problema globale e ha costruito una possibile risposta da sottoporre a test. La sua invenzione non è ancora una soluzione pronta all’uso, ma apre una strada da esplorare per la tutela dell’acqua e degli ecosistemi.
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Ramabai corre a piedi nudi per il futuro delle sue figlie
Ramabai Ranvir non aveva mai affrontato una gara di corsa e non si era allenata per farlo. A 47 anni ha però deciso di partecipare a una competizione di tre chilometri ad Ambajogai, nello Stato indiano del Maharashtra. Il premio per la vincitrice poteva aiutarla ad acquistare i libri richiesti dalla figlia più giovane, Aarti, che frequenta l’università. Ramabai è partita indossando un sari e un paio di ciabatte. Durante il percorso le ha tolte e ha continuato a correre a piedi nudi, arrivando prima nella propria categoria. Dietro quella scelta c’erano anni di difficoltà economiche. Rimasta vedova nel 2012, ha cresciuto da sola le due figlie, lavorando prima a giornata e poi come cuoca per sostenerne gli studi. La figlia maggiore, Pooja, si prepara a entrare nella polizia. Anche lei ha partecipato alla corsa ed è arrivata seconda nella propria categoria. I premi vinti da madre e figlia sono stati destinati alle necessità di Aarti. Le cronache riportano importi diversi per la somma ricevuta da Ramabai; resta chiaro lo scopo per cui aveva scelto di correre. La sua vittoria racconta la determinazione di una madre, ma anche la fatica di una famiglia per cui comprare i libri rappresenta una spesa difficile da affrontare. Il traguardo di Ramabai non risolve da solo quelle difficoltà. Ha però dato visibilità al valore che attribuisce all’istruzione delle figlie e agli sforzi compiuti ogni giorno perché possano continuare a studiare.
Ramabai Ranvir non aveva mai affrontato una gara di corsa e non si era allenata per farlo. A 47 anni ha però deciso di partecipare a una competizione di tre chilometri ad Ambajogai, nello Stato indiano del Maharashtra. Il premio per la vincitrice poteva aiutarla ad acquistare i libri richiesti dalla figlia più giovane, Aarti, che frequenta l’università. Ramabai è partita indossando un sari e un paio di ciabatte. Durante il percorso le ha tolte e ha continuato a correre a piedi nudi, arrivando prima nella propria categoria. Dietro quella scelta c’erano anni di difficoltà economiche. Rimasta vedova nel 2012, ha cresciuto da sola le due figlie, lavorando prima a giornata e poi come cuoca per sostenerne gli studi. La figlia maggiore, Pooja, si prepara a entrare nella polizia. Anche lei ha partecipato alla corsa ed è arrivata seconda nella propria categoria. I premi vinti da madre e figlia sono stati destinati alle necessità di Aarti. Le cronache riportano importi diversi per la somma ricevuta da Ramabai; resta chiaro lo scopo per cui aveva scelto di correre. La sua vittoria racconta la determinazione di una madre, ma anche la fatica di una famiglia per cui comprare i libri rappresenta una spesa difficile da affrontare. Il traguardo di Ramabai non risolve da solo quelle difficoltà. Ha però dato visibilità al valore che attribuisce all’istruzione delle figlie e agli sforzi compiuti ogni giorno perché possano continuare a studiare.
Dillo a Plaple
Dove il terreno era arido, oggi crescono alberi
Quando Wang Zhanfeng arrivò a Shipaogou, nella contea cinese di Youyu, trovò pendii aridi, vento e terreni segnati dall’erosione. Negli anni Ottanta lasciò il lavoro che svolgeva altrove per tornare nella sua terra d’origine e provare a far crescere alberi in quell’area. Diverse persone dubitavano che le piante potessero sopravvivere in un luogo con così poca acqua e un suolo tanto difficile. Wang iniziò dalle specie più resistenti. Scavava buche sui pendii e portava l’acqua necessaria alle giovani piante. Per trattenerla nel terreno realizzò anche piccole cavità a forma di mezzaluna; in seguito costruì un sistema che rese più semplice l’irrigazione. Il lavoro non finiva con la messa a dimora: ogni albero richiedeva anni di attenzioni per attecchire e resistere alle condizioni del luogo. Il suo impegno è proseguito per oltre quarant’anni. Nella zona sono cresciuti alberi e altra vegetazione; Wang ha recuperato anche terreni da coltivare e piantato alberi da frutto. Quella di Shipaogou è la sua storia personale, inserita però in un’opera molto più ampia: nella contea di Youyu generazioni di abitanti hanno lavorato per contrastare la desertificazione. Il risultato della riforestazione appartiene a una comunità che ha piantato e custodito alberi per decenni. La vicenda di Wang ne racconta la perseveranza: anche dove far crescere qualcosa sembrava impossibile, la cura costante ha contribuito a cambiare il paesaggio. Il dato dei 90 mila ettari non va attribuito al solo Wang, perciò non l’ho inserito nella news.
Quando Wang Zhanfeng arrivò a Shipaogou, nella contea cinese di Youyu, trovò pendii aridi, vento e terreni segnati dall’erosione. Negli anni Ottanta lasciò il lavoro che svolgeva altrove per tornare nella sua terra d’origine e provare a far crescere alberi in quell’area. Diverse persone dubitavano che le piante potessero sopravvivere in un luogo con così poca acqua e un suolo tanto difficile. Wang iniziò dalle specie più resistenti. Scavava buche sui pendii e portava l’acqua necessaria alle giovani piante. Per trattenerla nel terreno realizzò anche piccole cavità a forma di mezzaluna; in seguito costruì un sistema che rese più semplice l’irrigazione. Il lavoro non finiva con la messa a dimora: ogni albero richiedeva anni di attenzioni per attecchire e resistere alle condizioni del luogo. Il suo impegno è proseguito per oltre quarant’anni. Nella zona sono cresciuti alberi e altra vegetazione; Wang ha recuperato anche terreni da coltivare e piantato alberi da frutto. Quella di Shipaogou è la sua storia personale, inserita però in un’opera molto più ampia: nella contea di Youyu generazioni di abitanti hanno lavorato per contrastare la desertificazione. Il risultato della riforestazione appartiene a una comunità che ha piantato e custodito alberi per decenni. La vicenda di Wang ne racconta la perseveranza: anche dove far crescere qualcosa sembrava impossibile, la cura costante ha contribuito a cambiare il paesaggio. Il dato dei 90 mila ettari non va attribuito al solo Wang, perciò non l’ho inserito nella news.
Dillo a Plaple
Un’amicizia oltre le macchie sulla pelle
Nel 2017 Carter Blanchard aveva otto anni e viveva con difficoltà i cambiamenti del proprio viso. Gli era stata diagnosticata la vitiligine, una condizione che provoca la comparsa di zone della pelle prive di pigmento. Le prime macchie chiare erano apparse intorno agli occhi e, mentre cercava di capire ciò che gli stava accadendo, Carter aveva perso fiducia nel proprio aspetto. Un giorno sua madre vide online la foto di Rowdy, un Labrador nero che presentava macchie chiare dovute alla stessa condizione. La mostrò al figlio, che iniziò a seguire la storia del cane attraverso foto e video. Rowdy viveva in Oregon, lontano dalla casa di Carter in Arkansas, ma quella somiglianza divenne subito importante per il bambino. Secondo sua madre, conoscere Rowdy cambiò il modo in cui Carter parlava della propria pelle già prima dell’incontro. Le due famiglie entrarono in contatto e una donazione permise a Carter e alla madre di raggiungere il cane. Quando finalmente si videro, il bambino trascorse del tempo ad abbracciarlo e giocare accanto a lui. È una storia avvenuta anni fa, che racconta quanto possa contare sentirsi rappresentati. Carter non aveva bisogno che la propria pelle cambiasse per stare meglio: vedere una caratteristica simile alla sua in un amico gli aveva offerto un modo nuovo di guardarla. L’incontro con Rowdy diventò così un passo nel suo percorso di accettazione.
Nel 2017 Carter Blanchard aveva otto anni e viveva con difficoltà i cambiamenti del proprio viso. Gli era stata diagnosticata la vitiligine, una condizione che provoca la comparsa di zone della pelle prive di pigmento. Le prime macchie chiare erano apparse intorno agli occhi e, mentre cercava di capire ciò che gli stava accadendo, Carter aveva perso fiducia nel proprio aspetto. Un giorno sua madre vide online la foto di Rowdy, un Labrador nero che presentava macchie chiare dovute alla stessa condizione. La mostrò al figlio, che iniziò a seguire la storia del cane attraverso foto e video. Rowdy viveva in Oregon, lontano dalla casa di Carter in Arkansas, ma quella somiglianza divenne subito importante per il bambino. Secondo sua madre, conoscere Rowdy cambiò il modo in cui Carter parlava della propria pelle già prima dell’incontro. Le due famiglie entrarono in contatto e una donazione permise a Carter e alla madre di raggiungere il cane. Quando finalmente si videro, il bambino trascorse del tempo ad abbracciarlo e giocare accanto a lui. È una storia avvenuta anni fa, che racconta quanto possa contare sentirsi rappresentati. Carter non aveva bisogno che la propria pelle cambiasse per stare meglio: vedere una caratteristica simile alla sua in un amico gli aveva offerto un modo nuovo di guardarla. L’incontro con Rowdy diventò così un passo nel suo percorso di accettazione.
Dillo a Plaple
Un seme contro il degrado urbano
C’è chi passa accanto a un’aiuola trascurata e vede soltanto uno spazio vuoto. Piantaman, invece, ci vede qualcosa che può tornare a crescere. L’uomo, che ha 49 anni e mantiene segreta la propria identità, semina fiori e ortaggi nell’area di Vigevano, in provincia di Pavia. La sua idea è trasformare piccoli spazi dimenticati in luoghi verdi di cui la comunità possa prendersi cura. Il primo orto è nato su un terreno vicino al cimitero cittadino. Piantaman vi ha coltivato pomodori, cetrioli, zucchine e un melone, lasciando che chiunque potesse raccogliere ciò che sarebbe cresciuto. Chi passa può anche contribuire con un po’ d’acqua o aiutando a tenere pulito il terreno. Nel tempo sono arrivati cittadini pronti a donare semi e piante che non avevano più la possibilità di coltivare. L’iniziativa si è allargata con una postazione in via Rebuffi, dove è possibile lasciare o prendere prodotti e piante. Piantaman incoraggia inoltre a conservare i semi della frutta e degli ortaggi consumati, per seminarli di nuovo. Accanto al cibo trovano spazio fiori, bulbi e altre piante, capaci di riportare colore nelle aree trascurate. Il valore ambientale del progetto sta in questo ciclo di recupero: usare ciò che è disponibile, far crescere nuovo verde e coinvolgere le persone nella sua cura. Il raccolto condiviso aggiunge un gesto di solidarietà a un’idea che parte dalla terra. Piantaman mostra come anche una piccola aiuola possa diventare un luogo utile per tutti.
C’è chi passa accanto a un’aiuola trascurata e vede soltanto uno spazio vuoto. Piantaman, invece, ci vede qualcosa che può tornare a crescere. L’uomo, che ha 49 anni e mantiene segreta la propria identità, semina fiori e ortaggi nell’area di Vigevano, in provincia di Pavia. La sua idea è trasformare piccoli spazi dimenticati in luoghi verdi di cui la comunità possa prendersi cura. Il primo orto è nato su un terreno vicino al cimitero cittadino. Piantaman vi ha coltivato pomodori, cetrioli, zucchine e un melone, lasciando che chiunque potesse raccogliere ciò che sarebbe cresciuto. Chi passa può anche contribuire con un po’ d’acqua o aiutando a tenere pulito il terreno. Nel tempo sono arrivati cittadini pronti a donare semi e piante che non avevano più la possibilità di coltivare. L’iniziativa si è allargata con una postazione in via Rebuffi, dove è possibile lasciare o prendere prodotti e piante. Piantaman incoraggia inoltre a conservare i semi della frutta e degli ortaggi consumati, per seminarli di nuovo. Accanto al cibo trovano spazio fiori, bulbi e altre piante, capaci di riportare colore nelle aree trascurate. Il valore ambientale del progetto sta in questo ciclo di recupero: usare ciò che è disponibile, far crescere nuovo verde e coinvolgere le persone nella sua cura. Il raccolto condiviso aggiunge un gesto di solidarietà a un’idea che parte dalla terra. Piantaman mostra come anche una piccola aiuola possa diventare un luogo utile per tutti.
Dillo a Plaple
Quando l’acqua fa rifiorire una comunità
A Lopsienikou, nella contea di West Pokot, in Kenya, quindici donne hanno trasformato la lotta contro fame e siccità in un progetto comunitario. Sono le componenti del Sengenge Mother-to-Mother Support Group, nato per migliorare la salute e l’alimentazione delle famiglie del villaggio. Con il sostegno di Action Against Hunger, il gruppo ha contribuito al recupero di un pozzo e all’installazione di una pompa alimentata attraverso l’energia solare. L’acqua viene raccolta in due serbatoi da diecimila litri e utilizzata anche per irrigare un orto comunitario, nel quale crescono cavoli, spinaci e peperoni. I prodotti arricchiscono l’alimentazione delle famiglie, mentre le eccedenze possono essere vendute per generare nuove entrate. Le donne hanno inoltre creato un comitato incaricato di gestire il pozzo e raccogliere piccoli contributi destinati alla sua manutenzione. Al progetto si aggiungono l’allevamento di capre e un sistema comune di risparmio e prestiti. Un percorso che non elimina da solo la fame, ma rende la comunità più autonoma e resistente alla siccità. Qui il sole non produce soltanto energia: alimenta acqua, lavoro e nuove possibilità.
A Lopsienikou, nella contea di West Pokot, in Kenya, quindici donne hanno trasformato la lotta contro fame e siccità in un progetto comunitario. Sono le componenti del Sengenge Mother-to-Mother Support Group, nato per migliorare la salute e l’alimentazione delle famiglie del villaggio. Con il sostegno di Action Against Hunger, il gruppo ha contribuito al recupero di un pozzo e all’installazione di una pompa alimentata attraverso l’energia solare. L’acqua viene raccolta in due serbatoi da diecimila litri e utilizzata anche per irrigare un orto comunitario, nel quale crescono cavoli, spinaci e peperoni. I prodotti arricchiscono l’alimentazione delle famiglie, mentre le eccedenze possono essere vendute per generare nuove entrate. Le donne hanno inoltre creato un comitato incaricato di gestire il pozzo e raccogliere piccoli contributi destinati alla sua manutenzione. Al progetto si aggiungono l’allevamento di capre e un sistema comune di risparmio e prestiti. Un percorso che non elimina da solo la fame, ma rende la comunità più autonoma e resistente alla siccità. Qui il sole non produce soltanto energia: alimenta acqua, lavoro e nuove possibilità.
Dillo a Plaple
Missioni in Costa d’Avorio: il servizio cristiano giovanile
Non solo un viaggio, ma un cammino educativo, spirituale e umano per accompagnare i giovani nella crescita personale e nella scoperta del valore del servizio cristiano. L’esperienza missionaria proposta in Costa d’Avorio da Regnum Christi ha coinvolto i ragazzi partecipanti in varie realtà del Paese, dalle parrocchie locali alle scuole, villaggi, istituzioni umanitarie per sostenere le comunità più fragili. Un’esperienza di volontariato breve, dal 26 luglio al 10 agosto scorso, che però può regalare tanto a chi dona e a chi riceve. Il progetto è stato concepito come un percorso di educazione alla fede, alla responsabilità e alla solidarietà, in cui ciascuno è stato chiamato a mettersi in gioco attraverso il dono di sé e la collaborazione attiva. Le giornate dei partecipanti sono state scandite da momenti di preghiera, formazione e riflessione, perfettamente integrati con l'impegno pastorale e sociale sul campo. La missione ha toccato contesti diversi, con tappe significative nelle città di Abidjan e Yamoussoukro e nelle zone di Dabalaka e Toumodi. In questi luoghi, le attività sono state adattate alle competenze di ciascuno, valorizzando l'aspetto relazionale. Incontri di approfondimento sul contesto culturale e religioso locale hanno arricchito la formazione, mentre momenti di riposo, sport e condivisione fraterna hanno garantito un'esperienza serena ed equilibrata.
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I giovani
La Cina pianta una muraglia verde
Da quasi mezzo secolo la Cina porta avanti uno dei più grandi programmi di forestazione mai realizzati. Secondo i dati ufficiali, tra il 1982 e il 2021 i cittadini cinesi hanno piantato circa 78 miliardi di alberi. Tra il 2012 e il 2022 gli interventi di forestazione hanno interessato complessivamente 64 milioni di ettari. Il progetto più imponente è il “Three-North Shelterbelt”, conosciuto come la Grande Muraglia Verde. Avviato nel 1978, il programma dovrebbe essere completato nel 2050. L’intervento attraversa le regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Entro il 2020 aveva già interessato e protetto circa 31,7 milioni di ettari. L’obiettivo è contrastare la desertificazione, l’erosione del suolo e l’avanzata delle tempeste di sabbia. I risultati della trasformazione sono stati rilevati anche attraverso immagini satellitari e osservazioni sul campo. Uno studio pubblicato su “Nature Communications” mostra che le foreste piantate sono quasi raddoppiate tra il 1990 e il 2020. La loro estensione è passata da circa 465.000 a oltre 903.000 chilometri quadrati. Questa crescita ha contribuito anche ad aumentare la quantità di carbonio assorbita dalla vegetazione. Piantare alberi, tuttavia, non è sufficiente per garantire il successo di ogni intervento. Nelle zone più aride rimangono problemi legati alla scarsità d’acqua, alle monoculture e alla sopravvivenza delle piante. La sfida è trasformare una quantità enorme di alberi in ecosistemi resistenti, diversificati e duraturi.
Da quasi mezzo secolo la Cina porta avanti uno dei più grandi programmi di forestazione mai realizzati. Secondo i dati ufficiali, tra il 1982 e il 2021 i cittadini cinesi hanno piantato circa 78 miliardi di alberi. Tra il 2012 e il 2022 gli interventi di forestazione hanno interessato complessivamente 64 milioni di ettari. Il progetto più imponente è il “Three-North Shelterbelt”, conosciuto come la Grande Muraglia Verde. Avviato nel 1978, il programma dovrebbe essere completato nel 2050. L’intervento attraversa le regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Entro il 2020 aveva già interessato e protetto circa 31,7 milioni di ettari. L’obiettivo è contrastare la desertificazione, l’erosione del suolo e l’avanzata delle tempeste di sabbia. I risultati della trasformazione sono stati rilevati anche attraverso immagini satellitari e osservazioni sul campo. Uno studio pubblicato su “Nature Communications” mostra che le foreste piantate sono quasi raddoppiate tra il 1990 e il 2020. La loro estensione è passata da circa 465.000 a oltre 903.000 chilometri quadrati. Questa crescita ha contribuito anche ad aumentare la quantità di carbonio assorbita dalla vegetazione. Piantare alberi, tuttavia, non è sufficiente per garantire il successo di ogni intervento. Nelle zone più aride rimangono problemi legati alla scarsità d’acqua, alle monoculture e alla sopravvivenza delle piante. La sfida è trasformare una quantità enorme di alberi in ecosistemi resistenti, diversificati e duraturi.
Dillo a Plaple
Un tatuaggio capace di superare le barriere
Una tastiera QWERTY tatuata sull’avambraccio per offrire al figlio uno strumento di comunicazione sempre disponibile. È la scelta di Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, un bambino autistico non parlante di 11 anni. Hunter utilizza normalmente un dispositivo di Comunicazione aumentativa e alternativa, attraverso il quale può selezionare parole e simboli. L’idea del tatuaggio è nata durante un pasto al ristorante, quando la batteria del dispositivo si è scaricata improvvisamente. Il bambino ha allora disegnato una tastiera su un tovagliolo e ha indicato le lettere necessarie per comunicare ciò che desiderava ordinare. Da quell’episodio Jessica ha compreso l’importanza di creare uno strumento alternativo e indipendente dalla tecnologia. Sul suo braccio ha fatto riprodurre lettere, simboli per esprimere le emozioni e pulsanti dedicati al “sì”, al “no” e a “ti voglio bene”. Secondo il racconto della madre, la prima parola indicata da Hunter sul tatuaggio è stata “mamma”. La soluzione permette inoltre ai due di comunicare in modo riservato, senza che il dispositivo elettronico pronunci i messaggi ad alta voce. L’idea ha ispirato anche la realizzazione di magliette con tastiere stampate sulle maniche, pensate per permettere ad altre persone di interagire con Hunter. Un gesto che mostra come l’inclusione possa cominciare dalla volontà di rimuovere ogni barriera alla comunicazione.
Una tastiera QWERTY tatuata sull’avambraccio per offrire al figlio uno strumento di comunicazione sempre disponibile. È la scelta di Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, un bambino autistico non parlante di 11 anni. Hunter utilizza normalmente un dispositivo di Comunicazione aumentativa e alternativa, attraverso il quale può selezionare parole e simboli. L’idea del tatuaggio è nata durante un pasto al ristorante, quando la batteria del dispositivo si è scaricata improvvisamente. Il bambino ha allora disegnato una tastiera su un tovagliolo e ha indicato le lettere necessarie per comunicare ciò che desiderava ordinare. Da quell’episodio Jessica ha compreso l’importanza di creare uno strumento alternativo e indipendente dalla tecnologia. Sul suo braccio ha fatto riprodurre lettere, simboli per esprimere le emozioni e pulsanti dedicati al “sì”, al “no” e a “ti voglio bene”. Secondo il racconto della madre, la prima parola indicata da Hunter sul tatuaggio è stata “mamma”. La soluzione permette inoltre ai due di comunicare in modo riservato, senza che il dispositivo elettronico pronunci i messaggi ad alta voce. L’idea ha ispirato anche la realizzazione di magliette con tastiere stampate sulle maniche, pensate per permettere ad altre persone di interagire con Hunter. Un gesto che mostra come l’inclusione possa cominciare dalla volontà di rimuovere ogni barriera alla comunicazione.
Dillo a Plaple
Un mantello rosso per proteggere la foresta
Nel paesaggio bruciato del Borneo, Superman è diventato il simbolo di un impegno concreto. Rudiyansah è un adolescente indonesiano che dedica il proprio tempo libero a combattere gli incendi intorno a Palangka Raya, nel Kalimantan Centrale. Dopo la scuola raggiunge il gruppo locale di volontari fondato dal padre e partecipa alle operazioni utilizzando manichette e pompe d’acqua. Aiuta la squadra dal 2023, ma quest’anno ha deciso di indossare il costume del suo supereroe preferito durante gli interventi. Una scelta nata per gioco che ha prodotto un effetto importante: le immagini del ragazzo con il mantello rosso sono diventate virali, richiamando l’attenzione internazionale sull’emergenza ambientale che sta colpendo l’Indonesia. Il ministro delle Foreste lo ha definito “eroe della foresta”, mentre Rudiyansah sogna di diventare un giorno una guardia forestale. Dietro il costume rimane la scelta di un giovane volontario che preferisce dedicare il proprio tempo alla comunità e alla protezione del territorio. Una storia che ricorda come per compiere qualcosa di straordinario non servano superpoteri, ma responsabilità, coraggio e volontà di aiutare.
Nel paesaggio bruciato del Borneo, Superman è diventato il simbolo di un impegno concreto. Rudiyansah è un adolescente indonesiano che dedica il proprio tempo libero a combattere gli incendi intorno a Palangka Raya, nel Kalimantan Centrale. Dopo la scuola raggiunge il gruppo locale di volontari fondato dal padre e partecipa alle operazioni utilizzando manichette e pompe d’acqua. Aiuta la squadra dal 2023, ma quest’anno ha deciso di indossare il costume del suo supereroe preferito durante gli interventi. Una scelta nata per gioco che ha prodotto un effetto importante: le immagini del ragazzo con il mantello rosso sono diventate virali, richiamando l’attenzione internazionale sull’emergenza ambientale che sta colpendo l’Indonesia. Il ministro delle Foreste lo ha definito “eroe della foresta”, mentre Rudiyansah sogna di diventare un giorno una guardia forestale. Dietro il costume rimane la scelta di un giovane volontario che preferisce dedicare il proprio tempo alla comunità e alla protezione del territorio. Una storia che ricorda come per compiere qualcosa di straordinario non servano superpoteri, ma responsabilità, coraggio e volontà di aiutare.
Dillo a Plaple
Dalle foglie morte nasce una nuova plastica sostenibile
Ogni anno milioni di foglie cadono dagli alberi e vengono considerate un semplice rifiuto da smaltire. Ma un gruppo di ricercatori sudcoreani ha dimostrato che possono diventare una risorsa per combattere uno dei grandi problemi ambientali: l’inquinamento da plastica. Lo studio è stato realizzato da un team del Korea Advanced Institute of Science and Technology (KAIST) guidato dal professor Jaewook Myung, del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale, insieme ai ricercatori Pham Thanh Trung Ninh, Shinhyeong Choe, Yongjun Cho e Hoseong Moon. Gli scienziati hanno sviluppato una pellicola agricola biodegradabile utilizzando le fibre naturali presenti nelle foglie cadute, in particolare nanofibre di lignocellulosa, un componente strutturale delle piante. Il materiale potrebbe sostituire alcuni teli plastici utilizzati in agricoltura per mantenere l’umidità del terreno, limitare la crescita delle erbe infestanti e proteggere le coltivazioni. Il problema dei tradizionali film agricoli in plastica è che spesso rimangono nei terreni sotto forma di residui difficili da eliminare, contribuendo all’accumulo di microplastiche. Nei test condotti dai ricercatori, il nuovo materiale ha mostrato capacità di degradarsi nel suolo senza effetti negativi sulla crescita delle piante analizzate. Dopo 115 giorni di sperimentazione è stata registrata una degradazione di circa il 34%. La ricerca apre quindi una nuova strada: trasformare uno scarto naturale abbondante in un materiale utile, riducendo il consumo di plastica e favorendo un modello di economia circolare.
Ogni anno milioni di foglie cadono dagli alberi e vengono considerate un semplice rifiuto da smaltire. Ma un gruppo di ricercatori sudcoreani ha dimostrato che possono diventare una risorsa per combattere uno dei grandi problemi ambientali: l’inquinamento da plastica. Lo studio è stato realizzato da un team del Korea Advanced Institute of Science and Technology (KAIST) guidato dal professor Jaewook Myung, del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale, insieme ai ricercatori Pham Thanh Trung Ninh, Shinhyeong Choe, Yongjun Cho e Hoseong Moon. Gli scienziati hanno sviluppato una pellicola agricola biodegradabile utilizzando le fibre naturali presenti nelle foglie cadute, in particolare nanofibre di lignocellulosa, un componente strutturale delle piante. Il materiale potrebbe sostituire alcuni teli plastici utilizzati in agricoltura per mantenere l’umidità del terreno, limitare la crescita delle erbe infestanti e proteggere le coltivazioni. Il problema dei tradizionali film agricoli in plastica è che spesso rimangono nei terreni sotto forma di residui difficili da eliminare, contribuendo all’accumulo di microplastiche. Nei test condotti dai ricercatori, il nuovo materiale ha mostrato capacità di degradarsi nel suolo senza effetti negativi sulla crescita delle piante analizzate. Dopo 115 giorni di sperimentazione è stata registrata una degradazione di circa il 34%. La ricerca apre quindi una nuova strada: trasformare uno scarto naturale abbondante in un materiale utile, riducendo il consumo di plastica e favorendo un modello di economia circolare.
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